Manifesto

Si è spesso sostenuto che la forza di una rivista di cultura e letteratura consistesse nel suo settarismo. In tempi in cui sembrava valesse ancora la pena occuparsi di riviste, il panorama letterario si preferiva disegnarlo per fronti contrapposti e impermeabili. Il settarismo di , pure nella sua storia lunga e complessa, non ha mai puntato a disegnare astratti codici di comportamento stilistico o quanto meno d’altra natura, né ad imporne.

Negli anni Cinquanta ebbe a cuore la libertà di confronto fra linee di cultura che sembravano inconciliabili sullo scacchiere della politica: il liberalismo (forte tradizione italiana risorgimentale e antifascista) e il marxismo (altrettanto forte tradizione italiana sulla linea del socialismo di Labriola e Gramsci). Non si trattava di conciliare l’inconciliabile: si trattava di restituire alla cultura italiana non solo letteraria la tradizione e il contenuto attivo che le spettavano.

La letteratura che parte aveva in tutto questo? Credo sia sufficiente ricordare alcuni nomi che compaiono nei sommari della rivista: Debenedetti, Solmi, Saba, Calvino, Cassola, Fenoglio, Volponi e Pasolini.

Con gli anni Sessanta, a partire dalla seconda serie che si apre a fase declinante del boom economico, quando già l’impatto con la modernità rivela più di uno scheletro nascosto nell’armadio della felicità consumista, una presa di posizione assai radicale verso una letteratura, narrativa, poesia, saggistica, che non fosse dedotta da alcun diktat aprioristico, precisò di quale settarismo si potesse parlare. Disparità e molteplicità diventarono indici di rinnovata libertà, unica alternativa praticabile. La poesia non nasce da codici né può imporne.

La cosiddetta “sterzata letteraria” ha fatto spesso rimpiangere a molti cronisti la perdita del rapporto tra politica e cultura che sarebbe stato vincente per la rivista ai suoi inizi. Niente di più sbagliato.

È proprio sulla letteratura, per i suoi aspetti creativi, che una rivista come può giocare la sua partita, indubbiamente difficile ma politica. La più difficile, in una società che via via per quarant’anni ha mandato politicamente in deriva immaginazione e cultura valorizzando standard comunicativi in sé anche utili, ma di sicuro non sovrapponibili a quel che rappresenta di innovazione nella lingua e nelle forme espressive appunto la letteratura.

In questo, esprime l’unico settarismo possibile perché in esso ha sempre scandito il solo rapporto determinante, nella libertà di sapere e di dire, fra storia e vita, fra cose e poesia.

Enzo Siciliano