Mia sorella Marina era una ragazza timida. Aveva un viso smunto, due grandi occhi castani mobili e vivaci che spuntavano curiosi sotto la morbida frangia. Era sempre stata molto saggia e pacata e, forse, proprio per il suo carattere schivo e ritroso, fu notata dall’ultimo uomo che avrebbe potuto rapire il suo cuore, Carmnuccumariulo. Carmine aveva perso presto i genitori, ed era stato affidato ad una zia depressa, che stava tutto il giorno a fumare sul divano, e non gli faceva trovare mai nulla da mangiare. E Carmine, affamato, rubava merendine e gelati nell’unico supermarket del paese. Man mano che cresceva le esigenze aumentavano e il denaro scarseggiava, di mettersi a lavorare però proprio non gli andava; gli avevano offerto un lavoro come muratore, ma lui si era detto: ”perché sudare e rischiare di morire in un cantiere?”, e aveva preso a spacciare. A vent’anni fu arruolato dal clan dei basilischi. Don R., il capo della ‘ndrina, gli regalò una pistola. Doveva usarla solo in caso di necessità. Quello era stato il giorno più bello della sua vita, non l’avrebbe mai dimenticato. Si guardava allo specchio, gonfiava i pettorali e, impugnando la pistola, si ripeteva:”diventerò il capo, diventerò il capo”. Ma per ora comandava solo su un piccolo gruppo di baby spacciatori.
Carmine e i suoi amici, Puff e Pasc, in settimana se ne stavano in paese a lavorare per il clan e il sabato sera andavano a far baldoria in città. Arrivavano nel corso imbellettati: pantaloni griffati a vita bassa, slip D&G in bella mostra, capelli gellati e un’aria da guappi. Le ragazze non li degnavano neanche di uno sguardo, loro però non si davano per vinti, sceglievano il gruppetto di fanciulle da corteggiare, le inseguivano e le infastidivano fino a quando le malcapitate non cedevano.
Marina e le sue amiche erano appena uscite da una piccola libreria del centro e si dirigevano verso il Gran caffè. Carmine, Puff e Pasc, gonfi nei loro giubbetti neri, si avvicinarono alle ragazzine. Marina subito si fece da parte, le altre, al contrario, accolsero di buon grado la corte degli sconosciuti e non si accorsero nemmeno che Marina se ne fosse andata. Marina aspettava l’autobus e per ingannare l’attesa leggeva Delitto e castigo ma, all’improvviso, fu costretta a chiudere il libro. Due mani sudaticce si posarono sui suoi capelli e presero a stritolarle le ciocche. Marina voleva capire di chi si trattasse e voltandosi si trovò faccia a faccia con Carmine. “Dove pensavi di andare?”, le chiese lui in tono minaccioso, e la costrinse a prostrarsi ai suoi piedi. “Certo che sei una bella scostumata, non si trattano così gli amici!” la apostrofò, poi aprì lo sportello della sua auto e la scaraventò sul sedile posteriore. Mia sorella lo supplicò di lasciarla andare, ma Carmine aveva stabilito che lei sarebbe stata la sua ragazza, e da allora la seguì dappertutto. Lui col tempo divenne premuroso e affettuoso, e lei se ne innamorò, ma riuscì a fargli cambiar vita: lo convinse a tornare a scuola, a cercarsi un lavoretto, e ad abbandonare le cattive compagnie.
La loro relazione procedeva a gonfie vele, il clan però non aveva gradito affatto il cambiamento di Carmine. Monia, la fidanzata del capo zona, l’aveva stranamente invitata a cena. Marina la temeva, la chiamavano la Tigre del Bronx, perché era una iena, e veniva dal quartiere malfamato del paese, il Bronx appunto o Forcella, un intero quartiere di case popolari, dove abitava anche il capo basilico. “Ma, dico, tu sei scema o cosa?” la aggredì Monica. “So che Carmnucc si è messo a lavorare, che studia, e che se ne vuole uscire dal clan. Ma che vi siete messi in testa tu e quel fesso del ragazzo tuo: non lo sai che una volta che sei dentro, non si torna indietro? Lui ha fatto un patto, un giuramento. Ragionate. Fallo ragionare. Don R. lo aspetta, sta organizzando una cosa grossa contro i ptnzesi e ha bisogno di lui. Poi tu, ma sei proprio stupida? Puoi fare la vita da gran signora, se lui sta nell’organizzazione guadagna bene, se te lo sposi e lui metti che va in carcere, loro mantengono te e la tua famiglia, certo non è lo stipendio di nu pasticcier!”. Marina non si lasciò intimorire dagli artigli dipinti della “Tigre del Bronx” e le rispose a tono: ”Io non sono come te! E Carminuccio è solo stato sfortunato. Ma si può sempre recuperare, si può tornare indietro, hai capito? I soldi, la bella vita … cazzate! Ma lo sai che possono pure sparargli, eh? Lo sai loro che vendono? Droga. E quella roba uccide. Se i ragazzi a Potenza e provincia muoiono di overdose, o durante qualche bel coca party, è colpa loro! Mi fanno schifo!”. Marina dopo la sfuriata fece per andarsene, ma il felino la afferrò per un braccio e ruggì: ”Ma tu chi ti credi di essere, wonder woman? Solo perché studi, pensi di essere più dritta? E poi, chi te le ha messe in capa tutt sti strunzat, la droga … i coca party … E’stata quella ‘ndrchera di tua sorella?”. Marina mi discolpò subito: ”No, mia sorella non c’entra!”. Ma Monica, non contenta, aggiunse: ”Professore t s mis cu nu malamend, e non è che perché mo va a scuola che quello è diverso. Sembr nu mariuol rman”. Marina le mollò un ceffone e, stravolta, guidò sino a casa.
Quando aprii la porta mi accorsi che in lei c’era qualcosa di strano, ma non la disturbai con le mie solite domande “indiscrete” come le definiva lei. Dopo cena però notai che la porta della mia stanza era spalancata. “Che strano” dissi tra me e me “eppure ero convita di averla chiusa”. E, infatti, non mi ero sbagliata: qualcuno, a mia insaputa, l’aveva riaperta. Marina. La trovai china sulla mia libreria a scartabellare. Teneva sulle ginocchia il manuale di Storia criminale. Mi avvicinai a lei, le sfilai il libro da sotto i gomiti e le chiesi: ”Da quando stai con Carmunucc t’interessa il crimine?”. Il mio fu un esordio assai infelice: se volevo che Marina si confidasse con me non dovevo aggredirla. Provai dunque ad aggiustare il tiro. “Cosa ti preoccupa, che vuoi sapere sui Basilischi?”. Marina sgranò gli occhi e si portò una mano sulla bocca, quasi a soffocare in gola un grido di paura ma, dopo un attimo di esitazione, mi bombardò di domande. “E’vero che se entri non te ne puoi uscire? Che fai una specie di giuramento e se te ne esci, ti fanno fuori? Che se ti mettono dentro quelli mantengono la tua famiglia, pagano gli avvocati, che molti di loro sono venduti, che insomma in Basilicata esiste la mafia?”. Senza scompormi, mi diressi verso la libreria e presi un intero fascicolo dedicato all’argomento. Era una raccolta di articoli di giornale, lanci d’agenzia, ed estratti di verbali. Trovai il giuramento che la sentinella d’omertà, cioè il neofita, deve recitare al momento del battesimo e glielo mostrai. ”Il battesimo, ossia il rito d’ingresso, deve avvenire alle foci del fiume Sinni”, le spiegai schiarendomi la voce. “A differenza della ‘ndrangheta, da cui sono nati, i basilischi sono molto precisi, non ci si può battezzare in un luogo qualsiasi. Alcuni battesimi però sono stati fatti in carcere”. Marina mi strappò il foglio di mano e, con la voce spezzata, lesse:
Vidi un corpo di società a forma di Basilicata sotto una stella mattutina posata sul cucuzzolo del monte Pollino che in quel momento sembrava d’oro, e i riflessi si riflettevano su un bastone d’argento che era in mano al capo società che rivolgendosi a me mi chiese di rilasciare il mio giuramento affinché i desideri del mio cuore si realizzassero e miei passi nel mio lungo cammino fossero sempre accompagnati da quelli di una lunga interminabile fratellanza sparsa in tutta la Basilicata, sia nel bene che nel male per tutta l’eternità. Il mio cuore gioì e dissi che era quello che desideravo e avevo sempre cercato e dopo che mi furono ricordati tutti i doveri a cui avrei dovuto avere fede e adempiere con impegno, alzò gli occhi al cielo e con tono severo e umile nello stesso tempo disse queste parole: ‘Montagna d’oro, Bastone d’argento, stella mattutina, io formo in testa a voi questa ‘ndrina, su questo monte Pollino ti facciamo Malandrino e con le acque del Sinni ti beneficiamo della fratellanza di tutti i Basilischi e se tragedia, sbaglio o infamia porterai, queste stesse acque il tuo cadavere lontano dalla Basilicata porteranno, trascinandolo nei più profondi abissi marini dove mai nessuno potrà piangerlo né trovarlo. Con parole di omertà ora fai parte di questa onorata società.
“Adesso capisco!” esclamò; “Carmine una volta mi ha raccontato una storia strana che ha come ambientazione il monte Pollino e come protagonista un uomo a cavallo, si tratta di un racconto pregno di simboli. Lui li descriveva dettagliatamente, ma io ho sempre creduto si trattasse di storie di briganti, cose che gli racconta il nonno. Che stupida che sono stata. Ma … insomma lui è spacciato?”. Marina doveva amare molto il mariuolo, al solo pensiero che lui potesse soffrire le tremava la voce e il cuore le batteva forte, e le sue gote si arrossavano. Aveva cercato di nascondere la sua preoccupazione camminando su e giù per la stanza, ma non c’era riuscita; voleva a tutti i costi che io la rassicurassi, e la accontentai. ”Lui è giovane,” dissi accarezzandole il viso ”se volesse togliersi dal giro, potrebbe farlo. Tu, però, sei sicura che lui è stato battezzato?”. “No” ribattè Marina “Monia mi ha detto che lui è picciotto. Ma Carmine mi ha sempre parlato di questo giuramento come di qualcosa che lo affascinava, che gli avevano raccontato, ma non mi ha mai detto di essere stato battezzato!”.
“Va bene, allora prova a parlare con lui. Magari non tutto è perduto”.
“Sì, ma mi devo spicciare perché il capo lo cerca, ed è probabile che lui ci ricaschi”.
Marina parcheggiò nei pressi della scuola di Carmine. Lui aspettava qualcuno fuori dal portone, aveva lo zaino sulle spalle e intirizzito dal freddo si stringeva nel cappotto. Poco dopo lo raggiunse un ragazzo alto, gli consegnò un libro e ritornò dentro. Marina provò a richiamare la sua attenzione, ma non fece in tempo ad articolare il suo nome che un’ombra frastagliata si avventò su di lui. Pascal u’ tost. Il braccio destro del boss schiaffeggiò Carmine e lo trascinò sino alla fine della scala, dove li attendeva Don R.. Marina si accovacciò dietro un auto in sosta e si avvicinò di soppiatto al lampione sotto il quale i tre confabulavano. Don R. tirò fuori una P38 e la diede a Carmine. Carmine se la infilò nei pantaloni, e annuì. Il boss, soddisfatto, sparì scortato da u’ tost.
Marina non era certa che il capo fosse abbastanza lontano per uscire allo scoperto, e indugiò ancora un po’ nel suo nascondiglio. Carmine se stava seduto su una panchina e accarezzava la pistola. A un tratto tirò su col naso e una lacrima rigò il suo volto. Marina non resistette oltre, si alzò in piedi e corse da lui. “Te ne devi andare”disse lui appena la vide. Lei provò ad abbracciarlo e lui la respinse e le mostrò un piccolo taglio sull’indice. ”Questo me l’ha fatto il capo società al momento del battesimo” disse “sono un picciotto, se mi tiro indietro mi fanno fare la fine dell’infame. E la prima persona che vengono a prendere sei tu. Ti farebbero del male, lo so. Tu sei in tempo, allontanati da me”. “Ma io … io …” farfugliò Marina e lui: “Zitta. Non lo dire, ti prego, tanto lo so. Una come te non può amare uno come me, perché uno come me è meglio perderlo che trovarlo”. Carmine la baciò per l’ultima volta sulle labbra, Marina ingoiò le sue lacrime calde e si allontanò. Di quell’episodio non fece parola con nessuno. Negava a chiunque l’accesso alla sua camera, sgusciava fuori solo per cibarsi e poi si raggomitolava sul letto. Io ero stanca di spiarla dal buco della serratura e di non poter far nulla per aiutarla, così, un sabato mattina, mi feci coraggio ed entrai nella sua stanza. Il letto era disfatto, i cuscini sprimacciati giacevano in terra e la finestra era spalancata. Mia sorella era fuggita. Mia madre era in lacrime; mio padre imprecava; io uscii a cercarla. Setacciai vicoli, vicoletti, sottopassaggi, cantine e anfratti. Nulla. In paese di Marina non c’era alcuna traccia. M’inerpicai allora su lungo un sentiero di montagna, ma pochi istanti dopo mi richiamarono dal giornale. ”Corri, muoviti, ci sono novità sui Basilischi!”. Feci inversione, e mi catapultai in redazione. Sul mio tavolo troneggiava un’informativa della polizia giudiziaria. “Il tempestivo intervento delle forze dell’ordine ha sventato una guerra di mafia nel locale potentino. Le due ‘ndrine si stavano armando. Avevano raccattato molti kalashnikov, fucili e pistole perché, com’è emerso dalle intercettazioni telefoniche, uno dei capi aveva deciso di collaborare con la giustizia, e il tribunale della quinta mafia aveva deciso di punirlo”. Tutto era pronto per l’esecuzione dunque, ma la polizia li aveva fermati in tempo, molti dei sicari, fortunatamente, erano stati acciuffati e sbattuti in cella, l’unico che era riuscito a fuggire era stato Don R., considerato latitante insieme con uno dei suoi gregari. Dalla descrizione capii che si trattasse di Carmine. Marina doveva essere con lui, pensai. Certo: ma dove? I miei genitori continuavano a telefonarmi allarmati e mia sorella aveva il cellulare staccato. L’unica cosa da fare era aspettare. Mi sedetti alla scrivania e cominciai a buttar giù il mio pezzo. Ero indemoniata. Il ritmo delle battute era veloce, deciso. Volevo che la gente sapesse, avrei voluto mettere nero su bianco quanto accadeva di notte, nel silenzio dei nostri paesi, e tuttavia obbedii all’ordine del mio direttore che era stato molto chiaro a riguardo: “Niente allarmismi”.
Nella foga della composizione però non mi ero accorta che qualcuno mi stava osservando. Vidi piegarsi su di me un’ombra sottile. Due mani ghiacciate si posarono sulle mie, e una pioggia di lacrime prese a cadere sul mio pc. Marina. Era tornata. Prima di fuggire Carmine aveva voluto incontrarla e le aveva raccontato di Don R., degli amici della ‘ndrangheta e della loro latitanza in calabria, ma Marina era d’accordo con la polizia. “Meglio in carcere che al servizio della ‘ndrangheta” chiosò e mi pregò di mantenere il segreto. Oramai però era troppo tardi. La notizia era arrivata anche in paese. Nei piccoli borghi, si sa, le notizie volano sulle ali del pettegolezzo, e in poche ore tutti, anche i nostri genitori, furono informati. Mio padre, preoccupato per l’incolumità della sua famiglia, decise di trasferirsi a Roma, mia madre e mia sorella lo seguirono, io rimasi in paese.
La polizia dopo mesi di ricerche trovò Carmine e lo arrestò. Marina accese la tv e lo vide ammanettato e circondato da una decina di agenti. La consapevolezza di aver contribuito alla sua cattura la tormentava. Si rifugiò nello studio di mio padre, si sedette sulla poltrona di pelle e si accasciò sulla scrivania. Rimase a lungo immobile in quella posizione, poi, lentamente, allungò il braccio destro sino al portapenne, impugnò un tagliacarte appuntito e si tranciò di netto le vene del polso sinistro. Mia madre la trovò riversa sul pavimento; per fortuna, in ospedale, i medici riuscirono a bloccare l’emorragia, ma per qualche settimana la tennero sotto osservazione. Lo psichiatra consigliò a mio padre di allontanarla dall’Italia, un soggiorno all’estero, magari in un college, le avrebbe fatto bene. Mio padre si lasciò convincere e spedì mia sorella nel Regno Unito.
Non vedevo Marina da mesi, mia madre mi aveva implorato di salire a Roma, ma io temevo di incrociare lo sguardo di mia sorella; mi sentivo in qualche modo colpevole di ciò che le era accaduto. Ma quando finalmente i suoi occhi si specchiarono nei miei, capii che mi aveva perdonato. Prima di presentarmi il suo boyfriend però mi prese in disparte e mi intimò di non lasciarmi sfuggire nulla “della mafia e del passato”, e di tenere a freno la mia linguaccia da cronista di nera: Alfred sapeva già dell’esistenza della mafia lucana, l’aveva letto sull’Economist; non era necessario che gliela raccontassi io. “Assurdo!” commentai” i lucani non ne parlano e gli inglesi addirittura ne scrivono!”, ma Marina lasciò cadere le mie parole nel vuoto: si infilò l’mp3 nelle orecchie e sparì dietro la porta della sua camera.
Di tanto in tanto d’estate narro ancora ai monti la storia di mia sorella. Confidare segreti alla natura mi fa sentire meno sola.



1 commento a 'Il segreto di Marina'
[...] il racconto continua qui http://www.nuoviargomenti.it/wordpress/?p=94 [...]
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