Editoria: la tentazione paneconomica.

L’assunto di base degli Stati Generali dell’Editoria 2008 è che il lavoro editoriale può ancora trovare una legittimazione sociale solo se dimostra di poter incidere (positivamente) sullo sviluppo economico. Che l’editoria merita l’attenzione pubblica (politica) nella misura in cui è in grado di contribuire al sostegno del Pil.
Piú cultura, piú lettura, piú Paese: era lo slogan del convegno. Paese è una parola che crea un collegamento ipertestuale. Cliccandoci sopra si scopre che è l’elemento chiave di alcune formule magiche, incantesimi, stregonerie. L’interesse del Paese. Il bene del Paese. Ipnotizzati dal mantra del Paese gli italiani hanno finito con l’accettare di tutto: convergenze di potere, pasticciacci economico-finanziari, dialogo con la criminalità, bicamerali, tricamerali, federalismi asimmetrici, repressioni, imbarbarimenti culturali, occupazioni militari, leggi speciali, morti sul lavoro. Quando qualcuno dice Paese, bisogna prepararsi al peggio. Non innocentemente si dice: Paese.
Anche stavolta, la parola annuncia la stregoneria: l’editoria deve (vuole) entrare nel circolo di chi sostiene l’interesse del Paese. Quell’interesse, di quel Paese. L’editoria vuole (deve) diventare corresponsabile di quegli stessi pasticciacci, imbarbarimenti, occupazioni, repressioni. Per contribuire allo sviluppo economico. Per fare (poiein, poesia) Pil. Prodotto interno lordo.
Di prodotti interni, e spesso non dei piú puliti, i libri si sono sempre occupati. Solo un moralista insisterebbe sul fatto che questo qui, di prodotto interno, è quant’altri mai lordo. Non tanto (o non solo) perché i soldi portano inequivocabili tracce di zolfo. Ma proprio nel senso tecnico: è lordo questo prodotto interno, non netto, è un valore fittizio, astratto, che misura, per dirla con le parole un po’ retoriche di Bob Kennedy, “tutto eccetto quello per cui vale la pena vivere”.
L’ideologia paneconomica, la sola sopravvissuta alla conclamata morte delle sue sorelle novecentesche, ha soprattutto un travolgente potere marginalizzante. Marginalizza tutto quanto non aderisce ai suoi principi, che sono principi immediatamente pratici, e aderirvi significa immediatamente essere dentro il funzionamento degli ingranaggi.
L’economia ha marginalizzato la politica, che riacquista centralità solo quando è in grado di imporre provvedimenti che assecondino l’incedere maestoso della fiumana del progresso (economico). Se costruisce argini, la politica è spazzata via. Se apre nella terra canali per distribuire le acque, si grida al sabotaggio. La buona politica non è piú (se mai lo è stata) quella che aggrega e fa consapevoli: è quella che frammenta e frastorna. E fa degli uomini isole, sulle quali la corrente può passare senza intralci.
Cosí sia detto della lettura. Che diventa un disvalore quando e in quanto si sottrae alla misurazione, criterio principe di questa economia che non è piú semplicemente quantitativa, e non oppone piú il numero alla qualità: cerca di misurare la quantità della qualità, prima di accettare di definirla tale.
Come prodotto, il libro ha una commerciabilità anomala, lenta, difficile. E allora, per uscire dalla marginalità, dall’ostracizzazione, deve dimostrare che la sua produttività è altra, secondaria, indiretta, ma non meno importante. Gli editori si sforzano di certificare che il loro lavoro produce i produttori (e i consumatori) di domani. Che il ritorno economico collettivo del fare libri è tanto piú grande quanto piú si manifesta a lungo termine. Un’attività obliquamente produttiva: ma pur sempre un’attività produttiva. Che rivendica la propria incidenza sul Pil. Che chiede spazio sulle pagine economiche dei quotidiani. È la tentazione paneconomica: che risponde, riflesso condizionato, all’affermazione ubiqua della centralità del profitto.
Bisogna intendersi: qui non si sta vagheggiando una cultura eburnea, incontaminata, assoluta, sciolta cioè da vincoli e relazioni, al sicuro dagli schizzi di fango della realtà. Proprio a questo servono gli editori: a far sí che la cultura si inzaccheri al punto giusto. Né troppo poco da restare immacolata (inedita, inutile), né troppo, fino a diventare fango essa stessa (opaca, colpevole). L’editore aiuta la cultura a compromettersi, in tutti i sensi: alla ricerca di un equilibrio difficile, delicato, fragile. Anche sbilanciarsi è tra i compiti dell’editore, e perdere l’equilibrio, e cadere.
Questo è un fatto, e si potrebbero riempire centinaia di cartelle riportando le citazioni di tutti i grandi editori (i grandi, i novecenteschi, quelli che hanno insegnato a inzaccherare la cultura come si deve) che hanno affermato che l’editoria è innanzitutto un’impresa, un’attività commerciale.
Ma la tentazione paneconomica dell’editoria del 2008 è altra cosa. Si riassume nella callida iunctura coniata, per definire gli obiettivi della lettura, da uno degli oratori degli Stati Generali: “reddito e civiltà”, gerarchicamente in ques’ordine. La tentazione paneconomica è la diretta conseguenza del mostro linguistico postfordista: il capitale umano (“la lettura aumenta la qualità del capitale umano e della produttività”, è stato detto). E intanto il capitale, che non è umano ma è divino, è Proteo, si trasforma, si fa alternativamente corpo, istituzione, informazione, segno: fugge, corre, scompare, ricompare servendosi sempre piú o meno delle stesse tasche. Disorienta i suoi adulatori non meno dei suoi critici. Costringe i suoi sacerdoti a funamboliche conversioni. Manda in affanno i suoi inseguitori, perennemente in ritardo: e chissà che i rituali correnti, quelli cui gli editori auspicano di essere ammessi, non si rivelino presto inadeguati alle imminenti reincarnazioni.
I condizionamenti esterni si ripercuotono anche all’interno delle case editrici, nell’organizzazione del lavoro, nelle strategie, negli obiettivi, nell’articolazione delle aziende. La necessità di valutazione puramente economica dei risultati si traduce nella preponderanza del settore commerciale. La logica dei venditori, comunemente accettata fuori, finisce coll’imporsi dentro le redazioni. I promotori dettano tempi, temi, metodi. Portano l’ideologia paneconomica dentro le case editrici come il viandante che ha camminato nella bufera porta in casa la pioggia. La mediazione culturale è del tutto subordinata alla mediazione commerciale: è l’inzaccheramento finale, elevato a sistema, a metodo, a dogma (e forse non si tratta piú di fango).

Dicono: scommettere sui giovani. Dicono anche, ossessivamente, continuamente: investire. Il lessico non è neutro. Le parole non possono essere pronunciate impunemente. Il gergo è, ancora una volta, economico: scommettere allude all’azzardo, a un’economia semiclandestina, oppure, che è lo stesso, alle atmosfere piú rarefatte della finanza, dove la speculazione torna scommessa, gioco.
Investire è piú solido, piú fiducioso; promette meno brividi; e minaccia un ricatto concreto, stringente: i soldi di un investimento devono tornare, moltiplicati, pena il taglio delle risorse, la chiusura, la bancarotta, il licenziamento.
Non dicono: educazione. Non dicono: pedagogia. Anzi: alla pedagogia applicano il marketing, e dicono: “la scuola è il primo luogo di fidelizzazione dei lettori”. Si può addirittura essere d’accordo sul concetto di fondo: ma l’espressione? le parole? Sempre lo stesso riflesso condizionato costringe una onesta professionista a parlare della scuola come del posto in cui il bambino firma la sua prima carta-fedeltà. Dietro questa scelta lessicale si nasconde la convinzione che solo con un’espressione del genere si potrà destare l’attenzione dei sonnacchiosi commerciali in sala, solo cosí si  potrà sperare di stornare investimenti, anche solo di farsi comprendere. La fidelizzazione è una metafora: e la scelta della metafora è un sintomo.
Non dicono nemmeno fare gli italiani, che sarebbe citazione scontata ma densa di storia (implicherebbe il Risorgimento, e implicherebbe tutti gli intellettuali che su quel nodo sono tornati sempre, Gramsci e Gobetti, la Resistenza, la Costituzione; implicherebbe perfino Leopardi e Manzoni). Dicono, piuttosto: formare la classe dirigente, che è un fare gli italiani dopo la colonizzazione paneconomica.
Dicono: scommettere sui giovani, e invitano la meglio ministro della Gioventú, per farsi dare questa inedita definizione di best-seller: “il libro migliore di ciascun autore”. Ma quale inconscio, professor Freud: è il pancommercialismo che genera il lapsus, è l’ideologia bevuta insieme al latte materno. Piú venduto (in senso intensivo non estensivo, non long-seller, ma best) uguale migliore.

Dicono anche: razionalizzare le spese. È un’altra delle formule pass-partout dell’ideologia: spendere sí, e ci mancherebbe, ma con razionalità. La meglio ministro della Gioventú allarma: “Ci sono piú bidelle che carabinieri”, per giustificare i tagli al sistema scolastico. Che poi, sia detto per chiarezza, non sono nemmeno i tagli il problema: il sistema scolastico (lo dicono chiaramente i numeri raccolti dall’Aie) ha falle strutturali, impostazione marcescente, partecipa piú dell’assistenza sociale che della missione formativa. Ma non importa: i teppisti istituzionali scrivono sui muri con la bomboletta spray: “meno bidelle, piú carabinieri”. Ci penseranno i gendarmi ad accompagnare Pinocchio a scuola, e a controllare che studi, e a vigilare che non baratti l’abbeccedario col teatro dei burattini. Del resto lo ha detto anche il Brillante Oratore: “è questo il nostro nemico”, brandendo un videogioco di ultima generazione. Il nemico del Maestro è ancora Mangiafuoco: ma di andare dietro il tendone a vedere cosa fanno i burattini, e perché, e come, non è venuo in mente a nessuno, e meno che mai al Brillante Oratore.

È questo il nostro nemico.

Ma è davvero la tecnologia il nemico del libro, come sembra sostenere tra un frizzo e un lazzo il Brillante Oratore? I sociologi dello Iard (l’Istituto al quale l’Aie ha commissionato le ricerche) dicono di no, non c’è conflitto tra impiego delle nuove tecnologie (e soprattutto dei cosiddetti social, o addirittura personal, media) e assiduità alla lettura. Anzi: se si esclude la categoria degli “smanettoni”, i giovani piú informatizzati sono anche quelli piú informati, piú interessati, piú impegnati nella socialità e che piú facilmente si imbattono in un libro. Del resto il dato è confermato dal confronto con l’Europa: nei paesi europei, dove l’accesso alla rete è sensibilmente piú diffuso, è piú alto anche il tasso di lettori non occasionali tra i giovani.
Agli Stati Generali, l’atteggiamento nei confronti delle tecnologie, e in particolar modo della rete, è ancora quello di un diffidente senso di superiorità, difesa schifiltosa di una malintesa identità.
Minimizzano: le vendite via internet non superano il 3%. Si barricano nell’arretratezza nazionale: l’editoria italiana è difesa dal gap tecnologico nei confronti dell’Europa. Si adagiano sui fallimenti della sperimentazione: l’e-book di Bezos per ora è stato un fiasco. Si scagliano contro il “modernismo tecnologico”, quel “sedimento di opinione pubblica da combattere” a causa del quale il popolino sembra convinto che tutto possa essere sostituito dalla tecnologia.
La miopia in materia di innovazione si trasforma in una fiducia livida, astiosa, nella capacità dei supporti tradizionali, e principalmente del libro, di permanere, di sopravvivere. Il libro non scomparirà: agli editori sembra sufficiente questa marmorea (stolida) certezza. Il problema di come il libro agirà, reagirà e interagirà in un contesto comunicativo attraversato da trasformazioni strutturali incessanti non sembra tormentarli piú di tanto.
In materia di e-learning anche chi si occupa di editoria scolastica si arrocca su posizioni difensive, da dopo di noi il diluvio. Ma il diluvio c’è già stato, e sull’Arca nessuno se n’è accorto. La rete è già una fonte di apprendimento, la forma mentale dei nativi digitali è già cambiata, e nessun figlio della i-pod generation è in grado di comprendere antidiluviani discorsi sul piacere tattile della lettura, e meno che mai sul maggior rigore dei sistemi tradizionali di apprendimento.
Per un adolescente il compact disc è un curioso reperto archeologico, mentre agli Stati Generali dell’Editoria ci si sforza di mandare avanti veloce i vecchi, consunti registratori analogici della realtà.

Il Paese degli immobili.

L’Aie fornisce dati, numeri, statistiche puntuali e aggiornate. I risultati però non sono nuovi: in Italia si legge poco, male, molto meno rispetto agli altri Paesi europei, non ci sono politiche di sostegno e incentivazione alla lettura, il sistema scolastico è alla deriva, le famiglie spendono pochissimo per l’acquisto di libri extrascolastici, collocando l’Italia in fondo a tutte le classifiche in compagnia di Portogallo e Grecia, che meditano il sorpasso.
La statistica forse piú interessante, tra le molte, è quella relativa alla mobilità sociale: l’Italia è un paese bloccato, nel qule i figli ricalcano il titolo di studio dei padri, e fino a poco tempo fa anche il mestiere (mentre ultimamente il posto di lavoro scompare da tanti lasciti testamentari). Un paese nel quale il cognome conta piú di qualunque competenza, esperienza, abilità; nel quale la formazione migliore la si consegue nei salotti; nel quale il piú sicuro vettore di ascesa sociale è l’affiliazione a fraterie, conventicole, loggiati (che nemmeno raggiungono la dignità di vere e proprie lobbies).
Il libro, la lettura, la cultura, i dati lo dimostrano, altrove funzionano da ascensori sociali. Conquistare un patrimonio culturale vuol dire cambiare la propria condizione sociale. In Italia non è cosí. L’imprinting culturale del vivituro si decide in casa, e non subisce modificazioni decisive negli ambienti che sarebbero deputati all’educazione: generalmente, quindi, si eredita la cultura dei genitori, conseguentmente la condizione sociale. Del resto chi anche riuscisse a emanciparsi rispetto a una difficile condizione culturale di partenza, raramente riesce a scavarsi un varco dentro un sistema monolitico, castale, compatto e impermeabile.
Dicono: meritocrazia. E spiegano: “sistema di valori che promuove l’eccellenza indipendentemente dalla provenienza (scilicet: famiglia) di un individuo”. Dicono Harvard, Princeton, Yale. Dicono concorrenza.
Certo, acquisire il merito come criterio principale di valutazione sarebbe il primo passo da fare per uscire dal pantano. Si deve soprattutto superare un equivoco culturale storicamente molto radicato, che ha la sua genesi a sinistra, secondo il quale non premiare il merito sarebbe una tutela dell’uguaglianza e della giustizia sociale. L’Italia, terra ingiusta che non conosce la valorizzazione del merito, dimostra ampiamente che non è cosí. Un sistema meritocratico potrebbe diventare anche un sistema piú giusto.
Ma la trasposizione ideologica, anche di un discorso fondato come quello sul merito, è sempre in agguato. A parlare di merito, e addirittura di giustizia, gli editori sentono incombere il rischio, che da sempre li perseguita, dell’antieconomicità, quindi della marginalizzazione. E allora traducono: “Solo aprendosi alla meritocrazia l’editoria scoprirà nuove opportunità di business”.

Piú Stato e piú Mercato.

Il Rappresentante del GGE (Grande Gruppo Editoriale) non fa reticenze. Dice le cose come stanno, senza il timore di urtare sensibilità. Nessun governo italiano ha mai speso soldi per la promozione della lettura. Nessuno ha mai perseguito seriamente l’unico obiettivo davvero decisivo: allargare il numero dei lettori. Di piú: la conformazione dell’esiguo, settario mercato librario italiano rende la lettura un fatto di classe. Ha detto proprio cosí, come si diceva una volta: di classe.
Il punto di vista editoriale, sotto la pressione anche delle nuove tecnologie e del flusso continuo e indiscriminato di segni, è diventato irrilevante, ed è stato condannato a comprimersi. L’associazione di categoria, l’Aie, non conta niente. Occorre che si imponga di nuovo la percezione della necessità del ruolo editoriale come momento indispensabile della mediazione culturale.
Purtroppo, il Rappresentante del GGE si sottrae alla domanda ingenua, fatta quasi sottovoce: perché la cultura è percepita come un impaccio e non, quantomeno, come un investimento? Perché l’ideologia paneconomica, prima di inglobarla, ha sentito la necessità di espellerla, depotenziarla, marginalizzarla (esiliarla come il poeta dalla Respublica platonica)?
Il Rappresentante, a questo punto, avrebbe potuto parlare di un progetto, di una strategia organica, funzionale al potere, di incentivazione dell’ignoranza. Avrebbe potuto parlare degli interessi concreti di alcuni soggetti che hanno voluto sostituire il libro con altri mezzi di comunicazione, e quindi sostituire i contenuti del libro con altri contenuti. Avrebbe potuto, il Rappresentante, ma non lo ha fatto. Ha preferito ricordare che anche gli editori hanno la propria parte di responsabilità. Che si sono scavati la fossa e ci si sono sdraiati dentro senza nemmeno qualcuno che gli incrociasse le braccia sul petto. Vero: ma chi racconterà il resto della storia? Chi parlerà della morte politica dell’editoria?
Il Rappresentante invoca il sostegno statale. Vuole piú Mercato, ma anche piú Stato. Vuole, italianamente, che sia lo Stato a creare il Mercato.
Questa del sostegno statale è una questione centrale. Lo ha ribadito anche Motta, il presidente dell’Aie, nella sua arringa finale alla presenza del Ministro della Poesia Sandro Bondi. Forse involontariamente, Motta ha pronunciato parole inquietanti. Volendo interpretarlo in malafede, il presidente si è rivolto al Ministro dicendo: stateci vicino, e vi saremo vicini. Aiutateci e vi aiuteremo.
Se è questa l’idea corrente di sostegno pubblico all’editoria, sarà meglio farne presto a meno. Soprattutto sul versante dell’informazione quotidiana, il taglio ai finanziamenti viene visto come un attentato alla libertà. Lo è, in parte. Ma non è libera un’editoria tenuta in vita artificialemente dalle risorse pubbliche. Soprattutto se in cambio di quelle risorse accetta una ambigua contiguità col potere. Non sono mancate case editrici durante nessuna delle piú illiberali dittature novecentesche: le case editrici non chiudevano, si adeguavano, e adeguandosi prosperavano proprio grazie al sostegno pubblico (anche un GGE tuttora imperante in Italia ha costruito cosí la propria fortuna). Mancavano semmai case editrici libere, coraggiose, veramente indipendenti. A maggior ragione oggi, in tempi in cui il potere non zittisce, ma incentiva il chiasso; non censura, ma satura la comunicazione; non uniforma, ma punta sull’entropia, il vero problema (antieconomico, s’intende) non è quello di garantirsi l’accanimento terapeutico: è quello di saltare giú dal lettino, oppure di scegliere l’eutanasia. La vera battaglia si combatte sui contenuti, sulla capacità di educare in modo diverso, sul proposito ecologico di ridurre l’inquinamento culturale. Sul concepimento di nuovi strumenti per la produzione e la diffusione della cultura. I soldi pubblici sono necessari, se finalizzati a interventi stutturali complessivi. Sono veleno se destinati a politiche corporativistiche.

Visitors.

C’erano anche due alieni agli Stati Generali. Uno, la signora Honor Wilson-Fletcher, è un suddito di Sua Maestà Elisabetta II. L’altro, Rogelio Blanco Martinez, è suddito di rey Juan Carlos ma sembra molto piú affezionato a José Luis Rodríguez Zapatero, il cui nome ogni volta pronuncia per esteso.
Entrambi gli alieni magnificano i progetti intergalattici coi quali i loro regni planetari (la Spagna e l’Inghilterra) hanno concretamente incentivato l’educazione alla lettura. La ricetta è meno interstellare di quanto si possa credere: pragmatismo, competenze, capacità d’analisi e mani sempre pronte a correre al portafogli per estrarne pesetas e sterline.
Il modello inglese soprattutto è ispirato al piú efficente pragmatismo: analizzare la percezione della lettura, comprendere perché la lettura viene percepita dai giovani come un disvalore (il lettore è solo, triste, malinconico, saturnino – in una parola: sfigato), agire con campagne di persuasione per cambiare di segno a quel disvalore, e quindi spendere un sacco di dané per creare strutture permanenti di avviamento alla lettura (su tutte il potenziamento della biblioteca pubblica), con tanto di coordinamenti territoriali per il monitoraggio costante dei risultati.
A campeggiare su tutta l’operazione, la frase pronunciata dal premier britannico Gordon Brown: “la lettura è il modo migliore per uscire dalla povertà”. Formula dickensiana alquanto, e ancora ispirata alla onnipresente ideologia paneconomica, certo. Ma con una differenza, rispetto all’Italia, di non poco conto: che il dickensianesimo applicato degli inglesi dà risultati incontrovertibili, e che, seppure per un arricchimento che guarda alla City, nel Regno Unito si legge.
Altra letteratura che non quella dickensiana ispira l’azione degli spagnoli, e diverse spinte politiche, ideali, sociali. Per cominciare, in Spagna si sono chiesti cos’è la lettura. Non un filosofo o un intellettuale: una commissione governativa. E si sono dati questa tutt’altro che burocratica risposta: “leggere è la capacità di interpretare segni e trasformarli in conoscenza”. Non solo: la formula andava potenziata ulteriormente, essenzializzata e politicizzata. Hanno deciso, allora, gli spagnoli, che la lettura è qualcosa che ha a che fare direttamente con la democrazia. Che la lettura è una condizione necessaria alla distribuzione del potere. “Quien mas sabe, mas puede”, dice enfatico questo nipote dell’Hidalgo della Mancha, che ha sbirciato Foucault. E noi, sbirciatori di sbirciatore, tradurremo infedelmente: “il sapere è uno dei dispositivi del potere”.
Con queste premesse, organico a un governo che ha fatto dell’educazione un progetto politico, Martinez può anche permettersi di fare qualche concessione alla pluricitata ideologia: la cultura non è una spesa, è un investimento, dice; e anche: cultura e sviluppo economico sono correlati. Forse per ottenere un gesto d’assenso dai tanti commerciali presenti in sala.
Di conseguenza: sostegno pubblico agli editori, politiche di contenimento dei prezzi, capillarità della rete dei punti vendita (ne esistono quarantamila in Spagna), politiche vigorose di acquisti bibliotecari, campagne di sensibilizzazione coordinate tra gruppi editoriali e media, pubblicità sugli autobus, alberghi che regalano libri, Victoria Beckam pubblicamente svergognata per aver dichiarato con orgoglio di non aver mai letto un libro (lo scrivente qui si rifiuta di prodigarsi nel facile parallelo con la nostrana velinocrazia; che il lettore provveda autonomamente).
Si agita il commerciale sulla sedia, si sbraccia per chiedere il conto. Ecco a lei, signore: quaranta milioni di euro all’anno di finanziamenti pubblici per le politiche culturali.
Poi lo zapaterista conclude. Tempo fa un condottiero si lanciò alla conquista del pianeta Italia con una parola d’ordine una e trina: erano le tre “i”. Anche sulla lontana galassia spagnola hanno tre lettere di riferimento. Sono tre “l”. Stanno per “lettura, libro e libertà”. La razza umana, lassú, dopo il 1975, si è improvvisamente evoluta (ma chissà che da quaggiú non sembri un’involuzione). L’homo sapiens, che era stato capace di diventare franchista e di rimanerlo anche dopo il ’45, doveva estinguersi: è diventato homo quaerens. E l’uomo che interroga e s’interroga non può che essere, necessariamente, homo lector.

Postilla: la Roma di Alarico, o dei Politici.

La meglio Ministro della Gioventú e la sua definizione di best-seller. Le dolci, liriche effusioni del Ministro della Poesia. Il Ministro della Retroistruzione che propone di pubblicare libri in lingua internazionale, e manuali per superare i tanti test che i giovani si troveranno ad affrontare nella società delle domande a risposta mutlipla. Il senatore (non senex) che lamenta i soldi spesi per i cellulari, e sottratti ai libri: o tempora!; che si scaglia contro la pirateria universitaria; che paventa un ritorno alla Roma incivile del 410 d.C., quella che Alarico trovò piena di cani randagi, di mendicanti, di straccioni che si trascinavano nell’indifferenza del potere. (Poi, finito il discorso, abbandonato il convegno, il senatore torna di corsa verso le stanze dell’imperatore per applaudire il suo ultimo editto. Sulla strada deve scansare straccioni e mendicanti, venditori ambulanti, questuanti. Un cane randagio lo segue con lo sguardo fin quando non ha chiuso dietro di sé le porte del Palazzo).
I Politici arrivano correndo preceduti dalle telecamere, inseguiti dai fotografi, circondati dalle guardie del corpo. Non hanno seguito gli interventi precedenti, non hanno avuto modo di raccogliere le molte istanze a loro esplicitamente dirette.
Hanno poco tempo per parlare, nessuno per ascoltare. Citano dati già comunicati, ripetono cose già dette, auspicano cose già fatte. Raccolto un magro applauso se ne vanno sgommando.
L’utilità della loro presenza agli Stati Generali è poco piú che mediatica. Attirano agenzie di stampa, ma non contenuti, non riflessioni. Scivolano sulla superficie dei problemi, rispondono agli appelli con i sorrisi, stringono mani e baciano guance. Non sono né competenti né umili. Non agiscono e non delegano ai tecnici il momento operativo. La consistenza di questi ectoplasmi mediatici, bidimensionale e quindi adatta solo allo schermo, dal vivo si sfalda: perdono solidità, credibilità, i loro corpi non rimangono compatti a contatto con l’aria. Un pugno li attraverserebbe senza danneggiarli. La distanza tra loro e le questioni concrete è da anciène regime: guardano distrattamente l’ennesimo cahier de doléances, e ordinano di distribuire brioche a chi non ha pane.
Il Sottosegretario, poi, non interviene: urgentemente si è dovuto precipitare a Napoli al seguito della lettiga imperiale. In sala qualcuno sentenzia: “l’immondizia è meglio dei libri”.