Sulle rive dell’Imera
Fiume fermo di cieli,
lento di aironi, nel tempo
di un’acqua che non muta
per tornare a quel vento
in un presagio di pioggia.
Dunque è un istante
questo precario esistere
ucciso dall’arsura,
questa voce che parla
senza essere parola.
Il sonno migliore
L’autunno affretta le sue luci,
spegne i colori,
intiepidisce i vecchi muri
fino a ieri luminosi.
Tempo che perde e che perpetua
un’ansia smorzata appena
smarrendo luoghi a torto
creduti familiari.
Tra tegola e tegola di tetto
un sonno perfetto di colombi,
un discorso lungo di stagioni
e d’altro.
Sole di ottobre
L’autunno tarda ad arrivare.
Il sole invade, tra luce di oscurità,
la stanza, esita qualche istante
sulle tende, poi si ferma.
Anche oggi sono dietro questi vetri.
Attendo, spero. Un cielo ventoso
si sposta sui tetti di sempre.
Il tempo non cambia facilmente la sua voce.
Costa Macauda
Di quel divenire luce
tutt’uno nella stanza,
colmo di pienezza
o, forse, solamente di se stesso.
Dalla finestra, infine,
la balenante città,
e sui tetti oziosi colombi
ai tiepidi raggi
di un sole novembrino.
Il mare lasciato indietro, il mare antico
di fiocine e murene,
quello sbavato appena dalle spume
che sorreggono il mercato,
Nostro per chi non è partito.
L’una e l’altra
Nei tratti percorsi a passo d’uomo
s’incrociavano i merci e le cicale
e poi nuove fermate
coi cantonieri seduti all’ombra
poco prima di entrare in galleria…
Cos’era partire ogni volta
se dalle alture cosparse di giallo
lasciavi il principio di quell’esistenza:
quanti luoghi rimasti senza nome
e quanti odori ignoti di radici,
forse neppure tu te li ricordi.
Dalla Sicilia fin dentro l’Europa,
e dalla fiandra invernale che odora
agli scogli scivolosi di Licata,
tu eri la figlia di emigranti
partiti senza un soldo per il Belgio
e che tornavano ogni estate per un mese.
… calavano valige nel tuo sonno
le finestre in disordine sui muri
e un brillore di cupole nel sole:
fu così che tornasti al poeta,
in quella stanza di fossili e libri.
Luna ruffiana
Nessuna delle luci si era accesa
mentre sbiadiva quell’ultimo sole
tra l’asfalto ancora caldo e il muro,
e ti sapevo già mito e certezza
dell’afa che asciuga la gola
e costringe i rondoni a migrare.
Nell’ombra di fronte alla finestra
abbondava il tuo seno e nient’altro,
se niente era quel seme che finiva
di agitare la tua mano.
In quell’ora speciale di buio
risalisti a baciarmi la bocca,
parlandomi sul collo di qualcosa
che alla fine ti avrebbe fatto male.
E ripartivi ogni volta per sempre
nell’aria che imbruniva senza luce.
Ho visto Junko studiare
Anche questa estate morirà tra poco,
ed io con loro,
passi variati sopra l’arenile,
fornice imbevuto d’acqua
che non posso più raggiungere a ritroso.
Infranto il muro d’ansia e di paura,
all’alba scenderemo nelle vigne,
sui pergolati uguali a quelli di una volta,
sognando un brano di poesia futura.
Il cordace
(Akragante)
Dalle tombe profonde hai sentito
l’eccidio di Dogali e gli attori
che in maschera calcarono la scena.
Sul muro questa targa
commemora anche Goethe,
lo stile dorico e i massoni
a un passo dall’impresa.
Da sopra osserviamo questa valle
di tufo friabile e di templi
alti e velati lungo lo stradone,
e dalla porta che s’apre sul giardino
ci latra contro un vecchio cane cieco.
Ti sei svegliata presto
e stanotte le tue ali hanno avuto
freddo, stremate ancora per il volo
dirottato su Palermo.
Devi smaltire il fuso delle Parche
che hanno già deciso e non lo sai.
I gesti di mio padre rallentano agli incroci,
raggiungono la Piazza delle Poste
che nel marmo ricorda altri caduti.
La strada verso casa
Dalle querce ai pini della piazza
è stata, se ricordi,
una vicenda decifrabile di giorni
sorti senza neppure cominciare.
Una perennità
in qualche modo avuta dentro
di padre in figlio
fino ad essere uno solo.
Un poco ti avvicini e guardi
l’argine che sporge sopra la corrente,
il flusso del Tevere che scorre:
il compito che scelsi mi fu imposto,
ero troppo morto per immaginarmi vivo.
L’arrivo
Il vento del quarto mese infuria,
ma dentro il paesaggio resta fermo,
in questa luce mattutina piove.
(Primi giorni di grossa mareggiata
azzurri sopra e sotto l’orizzonte,
primi giorni investiti dagli odori
di bagno e di cucina).
Dal vertice degli alberi si alzano i vapori
e la tua voce anticipa la sera
che riemerge da me come qualcosa.
La terza sponda del tuo fiume
Questo vento che increspa la tua riva
risolve in vita la nevrosi
e il suono trattenuto dalle sfere
scende sulle risaie che attraversi.
I riflussi dagli argini propagano
uno sprazzo di luce vera,
lo squarcio nella sera che si chiude
ai margini del bosco inabitato.
Qui riprende e si snoda il tuo discorso,
quello che dici assume un senso:
l’intera vastità di questa terra
matura da lontano un altro giorno.
Nara, prima sera
Qualcosa di sommerso scorre
mentre i treni costeggiano la riva
e i voli non si staccano da terra:
lungo la sponda del tuo fiume
il sole del tramonto non si muove,
il volto dei secoli è un minuto.
Dai templi di questa sera scendi
e navighi una luna sotto l’acqua
che trascolora di continuo il grattacielo.
Sui sigilli la lacca non s’imprime
se vivendo tu mi resti accanto
e torni da dove sei venuta,
disciolta dalla luce dei fanali.
Oremus
Il vapore della pentola che bolle
appanna questo vetro di cucina
e queste lampade accese anche di giorno
sul tagliere con cui triti le cipolle.
Dall’alba questa radio parla
dei soldati posti a guardia dell’altare
tra i fumi dell’incenso e della patria.
Lontano da noi, ma poco fuori,
le gardenie vendute nella serra
un’altra volta osservano sfilare
i militi nostrani e quelli a strisce,
e occultata dai muri e dalle case
la brigata comunale si prepara
a riverire il suo nemico con prudenza.
Romba il cannone e spara a salve
in questa guerra che neppure si combatte,
ma il fiume è sporco e il pergamo di rame
e una tromba commemora i caduti
messi in fila nelle bare
all’ombra delle caste che vincono da sempre.
La banda militare si allontana,
il perché della tua vita non si arresta.
Nel forno il tuo tegame scotta
una leccornia di funghi masticati a crudo,
il verde della pianta che ti guarda
si deforma da sopra il davanzale.
Il passo fermo
Continua intanto il vento a gocciolare
sul Ponte dell’Industria e sopra il fiume
da cui lenti salgono i vapori
e le strida dei dannati che affollano
la riva.
Da troppo tempo le garitte sono
vuote, disabìtuati alla guerra,
adesso che il mio Tevere sei tu,
porto fluviale.
Si raddensano le larve più di prima
sulle sponde corrose dal bucato
e dal sangue che irrora la mia testa
e molte altre vite a caso.
Via Longanesi
Non ha smesso di piovere un momento
sul guano e sulle muffe della chiostra
che cercava impossibili spiragli
tra le preghiere ruminate contro il muro.
In quei mesi di vita coniugale
pendevano le luci dal soffitto
della casa sotterrata, e i lumi,
offuscati da secoli all’aperto,
confondevano la botola per luce
sopra i tetti e sui comignoli puntuti
nell’alone dei ceri, oltre il portale.
Le sirene sui cedri e quelle interne
ci lasciarono dormire pochi giorni,
giusto il tempo di fingerci turisti
e marinare i funerali dello Stato.
Tregenda familiare
I cirnechi legati alla catena
si ammalavano e morivano
senza una ragione
nelle favole lette ogni sera
dalla madre di chemio e di cobalto.
Mi separò per primo dalla vita
l’amico che non c’era e che parlava
di spari e di comete ad ogni mese.
Filari di salici in agguato
e tane di volpi senza uscita
i percorsi avuti in dono dalla sorte
in quel tempo avulso dai legami.
In quel vento lacerato di reami
sarebbe stato più facile morire,
sparire sopra il fuoco
come l’istrice immolato.
La scanna
Ai Granci il porcospino lo sentivo
intorno al fumo dei racconti
e dentro il fondo viola dei bicchieri
finiti con il vino che mi escluse
sebbene mi sentissi uno di loro.
Anni dopo, infossato
tra i cascami di San Cataldo Scalo,
mi commossi così tanto da sentire
il sapore di quel sangue nella bocca
e il primo pube premuto sul terreno.
Sarebbe stato meglio non vederla mai
la voce enorme che mi proibì di alzarmi
e il labbro leporino farsi muto
di rancore.
Rivedo a mezzaluce
il bambino pensieroso che guardava
l’argilla calda e abbagliata dei nidi
sotto i balconi panciuti del Corso,
il figlio di chi sembrava tutti e fu nessuno.
Infanzia di Sicilia
Nel tegame finiva di cuocere il coniglio
reticolati sepolti a metà
dentro il terreno,
e dall’autunno ormai maturo inverni
e secchi colmi di liquidi e di scolo.
Il moscerino dell’uva preso a volo
fu alone di sangue intorno al lampadario
e sopra le dispense per un mese.
Il furto degli aranci fu permesso
dal pastore scemo che abitava la contrada,
dal gorgo che credeva fosse l’acqua
per il setter che morì di leishmaniosi.
Per anni sui cimali ho visto il sole
della Sicilia e quelli del suo nulla
espandersi a dispetto degli infissi
e dell’infanzia trascorsa nascosto
a guardare la madre,
a pensare di essere il padre
nell’inventarsi gli amici cacciatori
sulla carta intestata dell’INA.
Tre luoghi, tre sere
Torni agli alberi e guardi verso il mare
l’ultimo raggio di luce appeso al tronco
e la spiaggia cosparsa di reti al sole,
la rupe ricoperta di pinastri,
i sassi e l’onda sullo scoglio estremo.
La coda della libellula respira
le sembianze lontane dal tuo mare,
gli opercoli distanti
dall’idolo che fissa e ti commuove
i corvi che gracchiano sui pali.
Non disfare le tue città nell’ansia
rappresa sul cordame dei relitti,
ricordati chi c’era a salutarti
da quel sentore da ultimo dei morti,
tra le ceneri buddiste a Yokohama.
(Tokyo l’ho sempre vista di passaggio,
fu a Nara che passai la prima sera
lontano da ogni casa stabilita).
Dentro e fuori il santuario
(Ise, Città dello Shinto)
Non accendere, se puoi, la plafoniera,
resta al buio del vento che disperde
sempre oscuro le divise sui palazzi
che del sonno non ebbero paura.
Non credo in un ordine diverso,
il solo ordine in cui credo è questo,
fila d’anitre pronte al volo
lungo la corrente di un’isola
coperta di pini e nebbia.
Arcipelaghi aperti al vogatore
da frugali assaggi di riso e verdure,
sequenze di orizzonti portati a riva
dalle guide di lacca nera e d’oro.
In queste notti immense,
tu torni dal voluto esilio e dormi,
parlandomi dei legami tra il mare
e la tua stirpe.
Nitticore
L’involucro lasciato dagli adulti
sulle risaie traversate in processione
dalle immagini degli alberi e dei tetti,
e l’artemisia infilata sotto quelli delle case,
lucenti di ardesia, in fondo alla pianura,
oltre l’azzurra frescura dei sottopassaggi
che s’insinua nello spazio e lo rimorde
sulle foglie venate di rossigno…
Salutami, è l’addio.
Comunque resterai la più importante,
la sola che partecipò alle cacce
senza barba e con gli occhiali.
Durante quei sacrifici
ho dato il sangue e l’ho versato,
ora intendo dare sperma di straforo
a quella rivolta sempre verso terra
per questo nostro nido che non vola.
E dopo tornerai com’eri prima
di vivere e morire tra quei boschi
di conifere e il mare profondissimo:
nell’oltrefiume le vestali vegliano
sui morti e foggiano menzogne
scoperte prima di finire.
Quasi un’elegia
Al telefono, su due piedi,
non sono più partito
(al diavolo la caccia, al diavolo mio padre),
convinto che ti avrei scopata
in pochi giorni,
e invece ho trascorso le notti di un mese
a provare per te l’inesprimibile
sentore del digiuno e della resa.
Ho seppellito così la pentola nel fosso
dei ricordi, cercando, senza riuscirci,
di comprimere anche te
sotto il terreno pesticciato torno
torno al fuoco del capanno
(a Giffarrone questa volta io non c’ero).
Ho passato tutta l’estate allo spioncino,
cercando di scorgere il tuo passo matronale
salire le scale o l’ascensore,
ma tranne qualche cenno di saluto
– «…ciao…ci vediamo…bello di zia…» –
nessun gesto di te mi è giunto
nella stanza dove ho cancellato
le prove del primo e ultimo tuo bacio.
Ho intravisto la tua panda parcheggiata
dall’androne, accanto ai cassonetti,
di fronte alle vetrine, e sono uscito,
sebbene fosse sera, nella notte,
cercando di provocare una tua comparsa.
Ma sono sceso e sono risalito,
senza mai incontrarti.
E ho ridormito il sonno disturbato
a mani tese dei miei cari,
e soprattutto quello di mio nonno, al mare,
sulla sua branda di nobile in miseria,
sempre cercando te,
fedelissima rovina dei racconti,
aspide, clamide, cucina
che disfiori le credenze e ti fai vanto
d’interrompere gli amori coniugali.
Nottetempo
La mia vita in Sicilia era finita da un pezzo,
ma l’alba e gli alberi,
colorati di un colore poco intenso,
scoperti dal giorno,
sembravano non essere mutati.
Gialleggiavano alla brezza di un agosto insensato,
insensati quegli anni di sangue sgorgato
dai morti subito e da quelli caduti vivi.
La vetrina falso mogano e cristallo
dei fucili, i vestiti preparati
sulla sedia il giorno prima…
Adesso sono io che vado e non ti aspetto,
io che faccio finta di dormire
e resto a letto
per consacrarti – ultimo feticcio –
ai platani di Roma.
E tu, dispera e perdimi, se vuoi,
tanto niente è come noi vorremmo,
perché niente ha un senso
e tutto, in questa inutile tragedia,
ha il tanfo avito dell’inganno,
della iattura di nascere dell’uomo.
L’uccellatore senza scopo
Fievole in amore, ho congelato i cuori,
reimparando a osservare gli animali,
e dei libri consentiti ho letto poco
per gli occhi pesti e l’alito pesante
di chi ha dormito sempre male,
tra incubi e fantasmi ai bordi dell’audito.
È vero, piansi troppo,
ma forse tu non sai che me ne diede
così tante da farmi pisciare addosso,
colpendomi sui testicoli e la faccia,
insultandomi di fronte agli invitati,
minacciandomi di morte con l’ombrello.
Lo vedo, è un paranoico complessato:
proviene da famiglie di sbagliati,
da ninfomani e frigide ubriache,
da latifondisti donnaioli
che non seppero gestire il patrimonio.
È la notte di sempre, dacché non è finita.
Ma oggi almeno posso dirti
che non sono più il figlio di mio padre
e che ho dismesso i geti sul sentiero
perché, comunque vada, morirò migliore
di come sono nato.
Fatico a camminare, a volte volo
sulle ali uccise per salvarmi a Sommatino,
e un ginestreto bruciato si fa largo da lontano,
tra i riti sovvertiti del padre cacciatore
che ti osservano passare un’altra volta illesa
sul melograno fradicio e stillante
di un’isola percossa dalla storia.



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