Larvatus prodeo
Descartes

Didattica e poesia.

Già prima dell’avvento del Decadentismo, Goethe aveva escluso il poema didattico dalla rigida gerarchia dei generi letterari. In un saggio dal titolo Sul poema didattico, del 1827, scriveva (p. 289): « Non è ammissibile che ai tre generi poetici, a sapere i generi lirico, epico e drammatico, si aggiunga ancora il genere didattico. […] I primi tre generi si distinguono per la forma; il quarto, che ottiene il suo nome dal contenuto, non può situarsi sullo stesso piano. Ogni poesia dovrebbe essere istruttiva ma in maniera impercettibile. » Dopo qualche tempo, nel 1850, nel famoso saggio The Poetic Principle di Edgard Allan Poe, scritto a pochi mesi dalla morte e pubblicato postumo, si parla del “didattico” come di un’eresia poetica, perché assume tatticamente che l’oggetto della Poesia sia la Verità. Ma le necessità della Verità sono severe. Bisogna essere “semplici, precisi, brevi”, “ freddi, calmi, impassibili”: l’esatto contrario del “poetico” dice Poe (p. 1025), una posizione che riprenderà anche Baudelaire (p. 332).
La fortuna che avrà il primato estetico e del gusto in poesia fino alle soglie del Novecento adombrerà non di poco un genere che aveva avuto anche nell’Ottocento validi rappresentanti. Per Giampiero Neri (1927) il giudizio non sembra essere così scontato: « La vecchia poesia si occupava essenzialmente di grandi fatti, ma la poesia moderna è l’esatto opposto di tutto questo, non si occupa più di azioni eroiche, è diventata decisamente e chiaramente introspettiva e s’interessa all’espressione e alla comunicazione di stati momentanei della mente del poeta. » (Neri 2004, p. 15 traduce Thomas Hulme) La tecnica d’informare, dice Neri, non è mai stata una pratica neutra; pur sembrando a priva vista marginale nella poesia si è sempre proposta di recuperare le conoscenze scientifiche e strumentali di determinate epoche: « L’Iliade comprendeva una specie di “summa” delle conoscenze ai tempi di Omero e costituiva l’elemento unificante della cultura greca […]. È noto che le Georgiche sono state lette anche come valido strumento per una conoscenza dell’agricoltura ai tempi di Roma. » (Neri 2004, p. 11)
Neri contrariamente alle pretese autonomie della poesia moderna – il poema per se con le caratteristiche che gli attribuiscono Poe e Baudelaire – attinge anche da scritture estranee in quanto capaci, in passato, di produrre una riflessione congiuntamente alla poesia. “La poesia” dice in modo volutamente provocatorio “non si fa con la poesia, si fa piuttosto per opposizione. ” (Berra, p. 38)

Scienza e poesia.

Nello specifico c’è un genere interno a quello didattico che è chiamato “poesia scientifica”. Uno dei pochi contributi, e forse il più completo per ampiezza di periodo e per padronanza del soggetto, è un testo del lontano 1918, frutto di una tesi di dottorato alla Facoltà della Sorbonne di Parigi. Le poche copie sono quasi tutte in Francia. Il titolo, dalla Bibliothèque Nationale de France, recita: La poésie scientifique de 1750 à nos jours. Son élaboration-sa constitution. Nelle prime pagine Casimi Fusil scrive: « La science des anciens, étant à demi poétique, se prêtait assez bien à la forme du poème didactique. Mais aujourd’hui la science positive s’étant constituée en contradiction avec la métaphysique et la poésie, le poème didactico-scientifique est devenu impossible. Mettre en vers des formules et des expériences de biologie est souverainement ridicule et anti-poétique. » (Fusil, p. 139 cita da Louis Bertrand, La fin du classicisme)
Diversamente da oggi la scienza degli antichi aveva un che di poetico nel mischiare immaginazione con deduzione; come la poesia di Giampiero Neri, quando presta attenzione a dottrine ormai superate dalla comunità scientifica, che però in maniera non analitica tengono ancora in vita il ruolo libero delle associazioni e delle suggestioni nella mente del poeta, proprio nel momento storico in cui l’uomo è agli inizi del suo decentramento rispetto alla Natura e la sua figura stenta a rimanere l’estremo fermo di ogni paragone.
Fra i tanti libri frequentati da Giampiero Neri per ampliare la sua cultura da naturalista, certamente il più formativo, almeno in età giovanile, è stato Souvenirs Entomologiques di Jean-Henri Fabre, dal sottotitolo Études sur l’instinct et les mœurs des insectes. « Da ragazzo leggevo il Fabre, avevo trovato i suoi libri, i Ricordi entomologici, nella biblioteca di mio padre. » (Berra, p. 28)
Neri se ne dimostra influenzato, così come da tutti quegli scienziati naturalisti che « seguendo forse suggestioni evoluzionistiche all’inizio del ventesimo secolo tendevano a costruire paralleli tra le società degli antichi, greci e romani che fossero, e la struttura sociale degli insetti di cui parlavano. » (Surliuga, p. 67-68)
Lo studio di Fabre è volto nello specifico a verificare sul terreno della natura la predominanza generale della legge dell’istinto. Per Fabre, ad ogni evento circostanziale in cui si trova l’insetto, s’innesca un ponderato meccanismo di risoluzione che si basa non sull’esperienza di vita specifica dell’essere, ma su una serie prefissata d’apparati e di stratagemmi programmati per risolvere solo, e irrimediabilmente solo, un numero ristretto di problemi. Ma come tali anche il mascheramento e la pratica della metamorfosi dell’uomo lo sono, cosicché la Natura può anche servire da referente indiretto. È innegabile infatti che in Giampiero Neri tutta una serie di esperienze biografiche, collegate al trauma della Seconda Guerra Mondiale ed a vicende familiari connesse all’evento, è attentamente interdetta e inglobata da un discorso totale sulla violenza naturale, praticata da tutte le specie. In questo modo la Natura, spersonalizzata del suo primo concetto, significa se stessa anche come Storia (Neri 2007, p. 185):

Difende la sua riserva d’acqua
che è il bene più prezioso
nel deserto
come altrove il denaro.
Attenti a rispettare la soglia,
non sono fragili le spine.

Il parallelo tra le differenti categorie della ricchezza in natura e nella società traspone esplicitamente nelle forme retoriche del discorso il mondo vegetale e il mondo umano. Allora il segnale di pericolo emesso dalla pianta sarà valido anche per il mondo economizzato degli uomini (Neri 2007, p. 186).

Da quali nemici si difende
la rivestita di spine?
è tenace la memoria delle piante
non abbassa la guardia.
Se torneranno le specie a loro avverse
le troveranno pronte, ad aspettarle.

La memoria resiste al deterioramento temporale riportando allo stato presente tutti i pericoli del passato. « Tutto ritorna come prima, l’eterno presente. Penso che la mia memoria sia un eterno presente. » (Surliuga, p. 178) Ciò implica anche per l’uomo la sottomissione ad una ripetizione ineluttabile. Se affrontiamo col ricordo le nostre trame passate, ritroviamo che nei nostri comportamenti e nelle nostre decisioni il risultato è stato talvolta lo stesso o proporzionalmente simile, e quindi anche statisticamente anticipabile.
Inoltre, se negli scrittori più vicini al positivismo la sfera della compassione è estromessa dal rigore tagliente della fedeltà ai fatti, c’è anche chi, come Gozzano (è noto il poemetto abortito nel 1916, due anni prima della morte, intitolato Le farfalle) si permette una partecipazione sentimentale, nella commiserazione del comune destino di morte e vita fugace (Gozzano fa appunto notare come per i greci il vocabolo Psiche designasse, oltre all’anima, anche la farfalla), ma anche di meraviglia di fronte alla stupefacente vitalità che questi esseri manifestavano nei pochi giorni di vita. Da qui si prospetta forse una suggestiva ipotesi da cui pure il lavoro di Neri potrebbe consapevolmente attingere – cioè che si sia avviato un involontario profitto, da parte della poesia scientifica (a cui per esempio certamente possiamo ascrivere Marais e Maeterlink), delle ragioni esistenziali dei suoi più acerrimi contestatori. C’è chi come Neri usa la scienza dall’angolo della poesia per imparare i comportamenti dell’uomo, guardati come dall’occhio dell’entomologo con curiosa discrezione, ma sfiorando ugualmente quel sentimento del mistero che spinge la riflessione verso un’altra domanda. Cosa ne è di questo slancio della spiritualità?

Lo spirito orientale.

Riguardo a uno stimolo spirituale che lega e attraversa una parte della sua poesia, Giampiero Neri è stato collegato a certe discipline orientali: « Per quanto riguarda il mio stile poetico, parlare di zen mi fa sempre piacere perché a questa filosofia devo molto per tutto quello che ha voluto dire, soprattutto nella mia mente, e per l’idea di fraintendimento. Ad esempio, cos’è il Buddha? È un chilo di sale, di riso. Lo spostare il discorso dal piano razionale a quello intuitivo mi interessa particolarmente. » (Surliuga, p. 175)
Come sappiamo, tutta una serie di teorie postulano o dimostrano come all’ingerenza dello studio materiale di un fenomeno corrisponda un’equivalente alterazione, nello spazio e nel tempo, del fenomeno stesso, concludendo circa le false pretese di oggettività del metodo sperimentale. « La science n’est plus une orgueilleuse entité; elle est seulement l’adaptation progressive de notre esprit aux choses. » (Fusil, p. 279) Allora si pone urgentemente la necessità di una conoscenza il meno possibile mediata dalle perturbazioni del soggetto, che può usufruire di un’attitudine silenziosa grazie all’accostamento discreto della tradizione buddista, incentrata sulla filosofia ingenua dell’ascolto e del silenzio.

Nel giardino

a Sossio Giametta

Da quell’intrico di rami
si tendeva il germoglio di un kiwi
incontro al ramo di una betulla.
Si formava un nuovo viluppo
come un piccolo arco di trionfo
che vede il kiwi prevalere
la betulla vicina a soccombere
e l’ospite a meditare nel giardino.

Un esempio possono esserlo questi versi (Neri 2007, p. 153), dove la presenza dell’osservatore ci è rivelata soprattutto dalla sua estraneità all’episodio, dalla discreta e passiva registrazione degli eventi e dalla vigile posa meditativa. Il riserbo di non intervenire allo sviluppo della trasformazione tuttavia non implica la mortificazione della riflessione.

Il “Teatro naturale”.

In parecchi casi, un altro metodo ricorrente in Giampiero Neri è costruire attorno al fenomeno uno spazio specificatamente predisposto, collocato però ad un’opportuna distanza rispetto al soggetto che parla. Il titolo scelto da Neri per la riedizione delle sue prime opere è Teatro naturale. Come già Angiola Ferraris ha indicato in uno studio sulla poesia di Giampiero Neri, la concezione dello spazio d’indagine letteraria può essere affiancata, in virtù della precisa affermazione di Neri, alla “eterotopia” del teatro di cui parlava Michel Foucault (p. 761). Secondo Foucault, la rappresentazione teatrale costruirebbe un luogo d’illusione che denuncia come ancora più illusorio tutto lo spazio reale. Proietterebbe sullo spettatore l’ovvia e consapevole dichiarazione di falsità del suo scenario, di un tempo e di un palco volutamente artefatto per imitare lo spazio di chi osserva, ma alimenterebbe anche lo smascheramento a sorpresa del mondo già imitato. Quasi un ribaltamento in cui giocare in parte ed essere allo stesso tempo giocati. «Ma allora si notava un grande interesse per la recita e io stesso aspettavo che avesse inizio, anzi lo desideravo fortemente. » dice Neri (Neri 2007, p. 9). Così l’osservatore segue tra circospezione e coinvolgimento lo sviluppo degli avvenimenti (Neri 2007, p. 16).
Talvolta il forte senso dell’osservazione porta Neri perfino alla limpida descrizione di luoghi secondo l’arte di un progetto scenografico, di un catalogo artistico di strutture materiali, « un elenco di opere dell’architetto Terragni ». « Nel suo palazzo di Como si riflette una luce, una geometria davanti alla cupola verde azzurra del Duomo. » (Neri 2007, p. 67)

La prova metaletteraria.

Alla base di ogni opera didattica, c’è la fiducia diffusa di poter trasmettere un tipo di conoscenza su un determinato oggetto. Nel 1942 usciva in Francia Le parti pris des choses del poeta Francis Ponge. La conoscenza del libro da parte di Giampiero Neri è già stata ampiamente individuata (Berra, p. 44; Surliuga, p. 11). Ponge si poneva di fronte alla difficoltà d’aggregare in un’unica forma due esperienze debitamente diverse, quella del soggetto osservato e quella della scrittura. L’unico modo per restituire una all’altra era di individuare le circostanze connettive in cui l’oggetto potesse farsi scrittura. Era in questo metodo di stesura che la poesia si faceva albero, pane, fuoco. Ne conseguiva una scrittura metaletteraria che ragionava sulle coincidenze tra l’espressione e l’oggettività della natura. Ponge rivendicava possibilità materiali di sensazione conoscitiva per mezzo della stessa scrittura.
Possiamo fare un esempio del procedimento di equivalenza letteraria di Francis Ponge attraverso un testo di Giampiero Neri (Neri 2007, p. 7).

L’albergo degli angeli

I
Cosa è stato di quei piccoli segni, neri, immagine e somiglianza di un impegno continuo?
In una stretta compagnia dimorano a forma di malinconici simboli, privi di vita.
Ora non ricordo tutti i particolari. Venuto via da una linea immaginaria, il cattivo tempo è alle porte e non sarà per dire: «Amici, eccomi».
Si è già preso molte rivincite, arriva eseguendo i suoi pericolosi esercizi.
Come vorrai riceverlo quando, rovesciato sul dorso, preme con impazienza davanti al tuo cortile?
In questa attesa, infine, che il discorso si presenti a suo modo non ha una grande importanza.
Génie littéraire hors de cause, le tue formiche, Jean Henri, sono un capitolo chiuso.

Le sembianze visibili tra segno e contenuto emergono sulla pagina secondo le forme del gesto grafico. I minuscoli protagonisti della poesia diventano pian piano le formiche dell’entomologo Jean-Henri Fabre, la cui colonia viene sconvolta all’arrivo di un temporale. Diversi segnali presenziano la sincronia di queste forme, per esempio l’espressione finale indica sia un “capitolo chiuso” nel significato di discorso archiviato, sia l’effettiva fine del testo.
Allora è possibile riconoscere all’esperienza testuale un ruolo di «exercice de rééducation verbale», come sosteneva Francis Ponge (p. 189), pensando a un didatticismo moderno che studiando la natura proponga una scrittura che insegni “letteralmente” sagomando il proprio oggetto.

Scienza ed ironia.

La scienza, coinvolta nella poesia, pone un problema. C’è una sorta di ferrea disciplina (la “severità” di cui parla Poe) nel suo considerarsi interprete privilegiato e metodicamente valido del mondo. Questo perché la scienza di per se stessa non è ironica, poiché essa non allude ai propri oggetti, bensì li pone fra loro in rapporti logici, metodicamente prefissati. Il rapporto ironico, invece, non ubbidisce alle regole lineari della scienza, bensì, come direbbe Hardenberg, a proprie regole “storte”, ma di ordine superiore. È scientifico un paragone che colpisca nel segno; ironica invece una metafora un po’ “spinta e stramba” (Allemann, p. 144).
L’ironia vive allora in una posizione diametralmente opposta a quella della scienza? Per compensazione, le compete un effetto destabilizzante delle certezze e delle norme convenzionalmente accettate da tutti? Un dubbio che possiamo trasferire da un piano prettamente ontologico a uno più sociale, o più civile. Le parole del filosofo Jankélévitch si presterebbero bene anche a un autore come Neri, impegnato con assiduità su entrambi i fronti: « L’ironie prend pour matière les inépuisables mensonges du moi et de la société. » (p. 124)
Dell’ironia infatti, in questo studio, ci interessa soprattutto in un’ottica appunto “eversiva” la facoltà di funzionare congiuntamente a un discorso scientifico. « La struttura narrativa dei testi di Neri si basa su un effetto di straniamento, dovuto al fatto di ritrovarsi improvvisamente nel mezzo di una narrazione di cui non si conoscono il contesto e le premesse. » (Surliuga, p. 84)     Nel disperato tentativo di nascondere la nostra vera indole sotto un corposo guardaroba d’atteggiamenti artificiali, l’ironia fa abbandonare per un istante il ruolo e il personaggio, palesando il nostro ricorso ad istinti già predisposti e impossibili da eliminare: automatismi che suonano risibili e comici alle nostre convenzioni, ma che la Natura ci ha trasmesso dai primordi e che noi, con tutti gli sforzi possibili, ci premiamo di nascondere alla nostra idea fissa o momentanea di civiltà: « Un homme qui se déguise est comique. Un homme qu’on croirait déguisé est comique encore. Par extension, tout déguisement va devenir comique, non pas seulement celui de l’homme, mais celui de la société également, et même celui de la nature. » (Bergson, p. 32-33)

Nel prato vicino alla tipografia
davanti all’ufficio postale
era stata messa una giostra,
un tiro a segno di colore rosso.
Si notavano allora persone
mai viste prima
che si affrettavano ostili.

In questi versi (Neri 2007, p. 99) il sentimento ironico verte sul fatto che basta una giostra a scatenare l’ira della popolazione. Non è la situazione classica del riso a provocare una reazione, come una scivolata sull’asfalto in mezzo alla strada. Si tratta evidentemente della scoperta di un lato più ferino e istintivo nell’uomo convenzionale. La situazione può anche venir ribaltata, con gli oppressori nei panni degli oppressi, degli uomini che ritornano animali e pronti a cadere in una nuova trappola: « anche noi diventati talpe / per il variare delle circostanze » (Neri 2007, p. 108).
Sembra che lo spostamento ironico proponga una messa tra parentesi del valore umano della persona, in favore di una considerazione preminente della sua fisicità, tanto da far affermare Bergson: « Nous rions toutes les fois que notre attention est détournée sur le physique d’une personne, alors que le moral était en cause. » (Bergson, p. 87) Come in questi versi di Neri, dove la consueta aggressività latente dell’uomo è riprodotta da una sua metamorfosi animale (Neri 2007, p. 78):

Sovrapposizioni

I
Piegando indietro la testa, l’ospite imitò il verso di un gufo. Una nota breve, simile a un abbaiare, a un colpo di tosse.
Aveva una barba rada, gli occhi grandi, giallastri.

La commedia umana.

L’esternazione della fisicità degli uomini e degli animali, come corrispettivo visibile della loro psicologia, porta alcune complicazioni. L’ironia, per indagare la profondità e le ragioni della Natura, mette in crisi l’esteriorità stessa delle cose. Il poeta non può più coinvolgere la propria intimità spirituale, psicologica e individuale: « L’observation prendra un caractère de généralité qu’elle ne peut pas avoir quand on la fait porter sur soi. Car s’installant à la surface, elle n’atteindra plus que l’enveloppe des personnes. » (Bergson, p. 129). L’impossibilità di raccogliere un filo dalla messa in scena del proprio personaggio è ben delineata da questo appunto (Neri 2007, p. 107):

Quel commediante
raccontava di un suo trascorso militare
come nell’attraversare un fiume
aveva perso il suo bagaglio di rapine,
apprendistato della conoscenza di sé.
Magro commensale
poi diventato guardiano in uno zoo
negli anni dopo la guerra.

Il concetto d’impermeabilità degli animi, o loro propria perdizione in questo caso nella storia, coinvolge anche certe tipizzazioni dei nomi, come sono più volte scelti da Giampiero Neri in opposizione a quelli della tragedia o del dramma lirico (Neri 2007, p. 23).

V
rivederlo non era stato piacevole.
Con tutta l’acqua passata sotto i ponti
però quei nomi tornavano,
il Cremonese il Cuoco
il Montagnolo il Civetta
il Nano e gli altri compresi nei bandi.
Era rimasto in fondo alla rete
solo di quella compagnia.
Lavorava come guardiano in uno zoo
assiduo alle incertezze del vivere
e il suo aspetto non era molto cambiato.

L’esistenza stessa di questi nominativi non ci dice nulla se non è posposta alla descrizione fisica, da cui attinge una deformata onomastica, che si rivela ironica così com’è ironico il passaggio da “umano” a “funzione” in una sorta di reificazione del soggetto: l’identificazione in soldato o in guardiano dello zoo (luogo che ritorna più volte nella poesia di Neri in trasfigurazione simbolica, in una teatralizzazione dell’umano sul palcoscenico comune degli animali). Il passaggio alla commedia s’offre di elevare così le deformazioni dei personaggi al rango di tipi: « La méthode et l’objet sont de même nature ici que dans les sciences d’induction, en ce sens que l’observation est extérieure et le résultat généralisable. Le naturaliste ne procède pas autrement quand il traite d’une espèce. Il en énumère et il en décrit les principales variétés. » (Bergson, p. 126-130)
Per Bergson la commedia e la scienza naturalista hanno molti punti in comune. Ma se la scienza utilizza il metodo sperimentale per passare da premesse evidenti a inaspettate conclusioni, a volte l’ironia concede alla poesia di saltare taluni passaggi, grazie a un’agilità immaginativa che può chiamare in causa e in repentina concomitanza fenomeni e valori spesso molto lontani, come nel caso degli opposti. Si promette allora, anche nella poesia di Neri, quella che potremmo chiamare un’euristica della vicinanza, cioè un metodo capace di generalizzare non tanto per passaggi logici, ma per contiguità sequenziale dei tratti e delle caratteristiche dominanti.

Exemplum e Poème en prose.

Effimere (Neri 2007, p. 102):

Volano sulle correnti
di un invisibile oceano
che si suppone infinito
le diverse specie di effimere
dalla forma inconsistente.
Si manifesta allora
il principio di contraddizione,
benché duri soltanto un giorno o due
questo breve dominio,
effimero come dice il nome.

Per un discorso formale, se si volesse attribuire una nomenclatura a questo tipo di poesie forse potremmo avvicinarle a quella micronarrazione filosofica che prende il nome latino di exemplum: brevi esposizioni e racconti di vario argomento, capaci d’istituire un’analogia persuasiva tra particolare e generale per la nostra esperienza. Ma si può fare anche un’altra osservazione: « Il poema in prosa è stato il mio riferimento per certi lavori » (Surliuga, p. 84) dice Neri. Allo stesso tempo c’è dunque una presenza macroscopica di valenze narrative nella sua opera, la cui storia si organizza anche sul piano formale secondo una divisione in capitoli. Per l’appunto molte poesie, pur unite da un unico ciclo tematico o consequenziale, sono frammentate in autonome unità prosastiche. L’esempio più eclatante è in Liceo (Neri 2007, p. 54-58), in cui la direttrice fondamentale del rapporto padre-figlio viene interrotta da cinque sequenze narrative, disposte ognuna su una pagina, che spaziano dallo studente a scuola al padre in affari, per la ricerca di un’apertura del significato sotto diversi punti di vista. In tal modo, come in un racconto sinfonico, le voci si moltiplicano sulla spinta di un allargamento semantico dell’evento di partenza, in diversi inneschi espressivi che non trattengono talora uno sguardo ironico: dalla consuetudine al ritardo del ragazzo, «I ritardatari sono sempre i soliti», alla sua fatidica espulsione.
Opportunità elastica di cui approfitta prontamente il timbro ironico, che si trova più a suo agio con uno schema così “aperto”. Un rapporto che questa concezione dinamica di struttura può intrecciare con l’occhio naturalistico e didattico, per esempio nella poesia dal titolo Sovrapposizioni (Neri 2007, p. 80-82) in Liceo.

III
Il suo nome latino è Bubo, bubo.
Dalla civetta nana al grande Gufo Reale si muove la filosofica famiglia.

IV
Del gufo reale o Sminteo, distruttore di topi, si può dire che è raro. Vive nei boschi abbandonati ma imbattersi nel suo sguardo severo, nelle sue penne arruffate, può turbare.

V
Commerciare legna è attività comune in montagna. Si tagliano i tronchi di abeti: Cataste da ridurre in lamine e trucioli.
In uno di quei magazzini era entrato una volta un gufo reale, forse inseguendo un topo. Venne trovato il giorno dopo infarinato di polvere, stupefatto.

I medesimi soggetti, il gufo, il topo, agiscono da leitmotiv della macrostoria qui narrata. Passano attraverso un elenco scientificamente didattico, con un intento da voce enciclopedica, un catasto industriale o una lettura geografica del territorio. In Pseudocavallo (Neri 2007, p. 32-36), si parte secondo la consueta tecnica etimologica di giustapposizione tra animale e suo nome, per continuare lungo la descrizione naturalistica dei requisiti fisici dell’asino e delle sue abitudini. Ma poi, in contrasto con l’elenco apparentemente asettico, arriva repentina la mossa violenta dell’animale e l’asino ritorna all’improvviso in una scenetta che faceva solo da cornice al suo raptus incontrollato: in realtà il vero punto d’arrivo del testo.
Così, quando la prosa poetica assume un valore più classico con la misura facilmente riconoscibile del verso, il testo s’adagia nel pieno di un’espressione didattica; all’opposto, qualora il contenuto si spinga verso regioni narrative, la prosa abbandona la possibile simmetria tra capoverso e verso poetico per costruire una nuova unità semantica a partire dal paragrafo, e sfociare così nella commedia. L’ironia prosastica che contamina il discorso di Giampiero Neri può essere interpretata a ragione come un desiderio sospetto della poesia di liberarsi dalla scienza.

La parola essenziale.

È nella stessa natura della descrizione di non poter o non voler ingannare. Bisogna dunque stabilire come poter comunicare senza estorcere il proprio giudizio sul fatto stesso.
Il poeta Neri è co-fautore tra altri della creazione di una rivista milanese che porta il nome di uno dei due romanzi di René Daumal, Le Mont Analogue (Berra, p. 73). Daumal scrive: «Il ne suffit pas qu’un langage soit clair, comme une proposition algébrique est claire. Il faut encore qu’il ait un contenu réel, et non seulement possible. Pour cela, il faut entre les interlocuteurs une expérience commune de la chose dont il est parlé. Cette expérience commune est la réserve d’or qui confère une valeur d’échange à cette monnaie que sont le mots. » (Daumal 1938, p. 8)

Viaggiatore notturno nella città,
una lettera è spedita al tuo nome
una corrispondenza che credevi interrotta
ritorna con misteriosi legami,
considera la tua fedeltà al passato.
Da questo punto di vista
una comune esperienza si fa strada,
ci incamminiamo per Roma
straordinaria antichissima città quadrata.

Per esempio (Neri 2007, p. 12) la spartizione di un passato comune è la chiave per superare un’incomunicabilità di fondo, con l’aggiunta di una tradizione storica che ne faccia da collante. Vuol dire che per risolvere una diatriba tra due forze repulsive come il significante e il significato è necessaria una terza forza, che sia azione risolvente più che organo di sintesi. Questa si basa su una ponderata poetizzazione di un’esperienza estesa a tutta la comunità linguistica o comunicativa: « Deux personne peuvent utiliser les même mots sans parler de la même réalité, continuant sans s’en apercevoir à vivre sur des malentendus déformants. Tout se joue sur le signifiant, mais le signifié n’est pas partagé. » (Bonnasse, p. 106)
È la tendenza alla primordialità dell’esperienza, che in Giampiero Neri trova la sua base nella scelta di scrivere della Natura, sperimentata da tutti gli uomini fin dall’origine: « Ho ripercorso con la memoria i momenti della mia vita che più intensamente l’avevano segnata […]. Nell’atto di rappresentarli sono spesso ricorso a figure di animali, nostri compagni di viaggio. Costretti come sono ad agire allo scoperto, gli animali permettono a chi li studia una osservazione realistica. » (Neri 2004, p. 17)
Perché in Neri è pressante il bisogno di una sincerità della parola, che si radichi sul fondo di una piena comprensione di ciò di cui si parla. « Être sincère nécessite d’avoir expérimenté et compris la chose dite. Sans cette condition fondamentale, toute littérature n’est que bavardage, parole creuse et vide de sens. » (Bonnasse, p. 51) Altrimenti, la sola possibilità restante slitta verso la confusione e la proliferazione di più significati trasversali, non identificabili da un portatore autentico, ma piuttosto avvicinabili alle deformazioni false della menzogna (Surliuga, p. 147): « Mi interessa l’essenzialità. La verità e la semplicità sono scarse di parole. In fin dei conti il linguaggio di una madre col figlio non ha bisogno di tante amplificazioni, di tanti discorsi, si nutre della sostanziale consapevolezza del figlio di sapere che la madre lo ama e della madre di sapere che ama il figlio. Non ha bisogno di tante parole. »

Bibliografia

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BAUDELAIRE, Charles, Notes Nouvelles sur Edgard Poe, in Ouvres Complets, Tome II Plèiade, Paris 1976
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BERRA, Pietro, Giampiero Neri. Il poeta architettonico, DIALOGOlibri, Como 2005 (raccoglie diversi interventi del poeta).
BONNASSE, Pierre, Mode d’emploi de la parole magique. Essai sur les pouvoirs du langage, Dervy, Paris 2005
DAUMAL, René , Le Mont Analogue, Gallimard, Paris 1952 ; Les pouvoirs de la parole. Essais et notes II : 1926-1928, Gallimard, Paris 1972
FABRE, Jean-Henri, Souvenirs Entomologiques. Études sur l’instinct et les mœurs des insectes, Delagrave, Paris 1914
FOUCAULT, Michel, Dits et écrits, Gallimard, Paris 1994
FUSIL, Casimir, La poésie scientifique de 1750 à nos jours. Son élaboration – sa costitution, Editions Scientifica, Paris 1918
GOETHE, Johann Wolfgang von, Écrits sur l’art, trad. J.M. Schaeffer, Kincksiek, Paris 1983
GOZZANO, Guido, Le farfalle, in Poesie, Einaudi, Torino 1973
JANKELEVITCH, Vladimir, L’ironie, Flammarion, Paris 1964
MAETERLINCK, Maurice, La vie des abeillesi, E. Fasquelle, Paris 1901; La vie des fourmis,  Bibliotheque-Carpentier, Paris 1930; La vie des termites, Bibliotheque-Carpentier, Paris 1936
MARAIS, Eugène, The Soul of the White Ant, Methuen, London 1937
NERI, Giampiero, Poesie 1960-2005, Oscar Mondadori, Milano 2007; La serie dei fatti. Quindici prose, Lietocolle, Como 2004 ora contenuto in Prose, Lietocolle, Como 2008
POE, Edgard Allan, The poetic Principle in The completes works of E.A.Poe, Vol.V, Raven Edition, London-New York 1903
PONGE, Francis, Proêmes, Gallimard, Paris 1948
SURLIUGA, Victoria, Uno sguardo sulla realtà. La poesia di Giampiero Neri, Joker, Novi Ligure 2005 (con interviste al poeta).