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		<title>Censure e autocensure</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Dec 2009 14:12:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Lorem ipsum dolor sit amet, consectetur adipisici elit, sed eiusmod tempor incidunt ut labore et dolore magna aliqua. Ut enim ad minim veniam, quis nostrud exercitation ullamco laboris nisi ut aliquid ex ea commodi consequat. Quis aute iure reprehenderit in voluptate velit esse cillum dolore eu fugiat nulla pariatur. Excepteur sint obcaecat cupiditat non proident, sunt in culpa qui officia deserunt mollit anim id est laborum.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="padding-left: 120px;"><strong>DIARIO</strong><br />
Rosetta Loy</p>
<p style="padding-left: 120px;"><strong>CENSURE E AUTOCENSURE</strong><br />
Andrea Purgatori<br />
Gian Mario Villalta<br />
Giancarlo Liviano D’Arcangelo<br />
Francesco Pacifico</p>
<p style="padding-left: 120px;"><strong>CIAO ROCCO</strong><br />
Damiano Abeni<br />
Moira Egan<br />
James Merrill<br />
Silvio Perrella<br />
Massimo Onofri<br />
Ugo Riccarelli<br />
Raffaele Manica<br />
Carola Susani<br />
Tommaso Giartosio<br />
Romana Petri<br />
Andrea Caterini<br />
Gabriella Sica<br />
Paolo Di Paolo<br />
Chiara Gamberale</p>
<p style="padding-left: 120px;"><strong>SCRITTURE</strong><br />
Nino De Vita<br />
Claudio Nigro<br />
Fabio Pusterla<br />
Frederick Seidel<br />
Rossano Astremo</p>
<p style="padding-left: 120px;"><strong>RIFLESSIONI</strong><br />
Piero Boitani</p>
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		<title>Testiamo</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Nov 2009 13:12:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<title>Prova articolo titolo lunghissimo proprio enorme il titolo deve essere troppo lungo vediamo se è ok</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Nov 2009 13:11:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<title>Fascicoli. Istruzioni per l’uso</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Nov 2009 13:15:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[All’edicola di piazza Trilussa vendono soprattutto quotidiani e settimanali, dvd e dischi di musica classica. Quando domando dei fascicoli da collezione, il giornalaio mi dice solo che non c’è un catalogo, io lo saluto e me ne vado, ma un po’ sorrido perché  Il catalogo dei fascicoli da collezione mi sembra una idea di una autentica visionarietà borghesiana. Lo voglio già un po’. Ma esiste solo su internet, editore per editore. Hachette, Fabbri, DeAgostini. Solo che in rete non è la stessa cosa.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>All’edicola di piazza Trilussa vendono soprattutto quotidiani e settimanali, dvd e dischi di musica classica. Quando domando dei fascicoli da collezione, il giornalaio mi dice solo che non c’è un catalogo, io lo saluto e me ne vado, ma un po’ sorrido perché  <em>Il catalogo dei fascicoli da collezione</em> mi sembra una idea di una autentica visionarietà borghesiana. Lo voglio già un po’. Ma esiste solo su internet, editore per editore. Hachette, Fabbri, DeAgostini. Solo che in rete non è la stessa cosa. All’edicola di piazza Santa Maria in Trastevere non devo chiedere niente perché appena allungo il piede nell’ombra colorata del chiosco vedo <em>Panzer da collezione</em> e <em>Costruisci la tua casa delle bambole</em>. Sono primi numeri, sono usciti ad agosto e quindi suppongo che nessuno li abbia comprati. Ancora. Guardo il giornalaio, il giornalaio mi guarda. Sorrido e me ne vado perché il panzer da collezione che distrugge la casa di bambola da collezione mi fa venire in mente i tedeschi che entrano a Parigi. Forse se collezionassi contemporaneamente la casa di bambola e il panzer, potrei correggere la storia del mondo nella mia stanza in affitto. Non lo so, per ora non correggo niente e vado alla stazione Termini. L’edicola di Termini è un open space che ha la funzione meritoria di sala da aspetto e di intrattenimento, vende le caramelle, i fumetti, se avesse le panchine somiglierebbe a un non-luogo di lettura. Non è un posto dove la gente si ferma a comprare, o a scegliere il fascicolo mancante. O a decidere di cominciare qualcosa. Io resto venti minuti. Non perché voglia osservare e capire, perché davvero mi interessa quel <em>Quattroruote</em>, o quel libro da colorare, o quel quotidiano straniero scritto in una lingua che non capisco, o anche il settimanale per teenager che regala il braccialetto di lattice fucsia. Un po’ mi starebbe bene il braccialetto di lattice fucsia. Sono frastornata, quindi esco e me ne vado verso Castro Pretorio. Che già il nome mi fa sentire in ordine. In una delle edicole che incontro c’è un fascicolo di <em>Decoupage Coutry con Sara Kay</em>. Solo e colorato in una dolcezza di cellophane. Fascicolo + 1 appendino in legno + 2 carte firmate Sarah Kay + 1 carta Country + 1 decalcomania ad acqua. Io non so che cos’è una decalcomania ad acqua ma quasi quasi lo compro. Da bambina mi piacevano le figurine e le costruzioni, ma anche Sarah Kay che viveva in campagna e brandiva un forcone ma sembrava una delle damine di porcellana di Capodimonte che ancora prendono polvere a casa di mia nonna. Ora che tutti se ne sono andati. Mi piacevano le cose modulari, ripetitive, che solo dopo un po’ di tempo e intenzione restituivano una immagine completa. Ma non il decoupage. Anche per uno scherzo del destino. Quando da bambina ho letto <em>Al faro</em>, credendo fosse un romanzo di avventure, mi sono immediatamente identificata in James, che di certo, si capisce, farà qualcosa per arrivare al faro. James è l’eroe. Io sono James. James è un giovane individuo con un profondo senso della geometria, passa le giornate a ritagliare figure di macchine agricole e utensili dai giornali, arriverà al faro, comunque, in ogni caso. Bene. Di eroico James ha solo una monumentale alienazione, forse accentuata dalla propensione al decoupage. Io odio il decoupage. Nel paese piccolo e di mare dove sono nata, le figurine le compravo dal giornalaio o dal tabaccaio. Che però non vendeva gli album. Poi collezionavo francobolli. Li ho collezionati per quasi dieci anni. E adesso non so nemmeno più se sono ammuffiti. Se sono diventati buoni per le decalcomanie ad acqua. L’ultima volta che ho compilato un album delle figurine facevo già il dottorato di ricerca. E non ho smesso perché mi sia stancata o perché mi ritenga fuori tempo massimo o fuori luogo. Io cercherei i doppioni anche per due ore al giorno. Solo che dopo l’ultimo album, anche le figurine che di solito mi mettevano allegria, mi hanno incupito. Sapevo perché. Mi ricordavano le rate. Era anche il periodo in cui stavo comprando la mia prima macchina. Le rate, come concetto, sono una conquista della borghesia lavoratrice da posto fisso. Non posso comprarmi questa macchina ora, ma siccome lavorerò per i prossimi quarantanni me la compro lo stesso un bullone alla volta. Non posso comprarmi questa casa in questo posto ora, ma siccome lavorerò per i prossimi cinquantanni me la compro lo stesso un muro alla volta. Le rate funzionano in modo che il debitore paghi prima gli interessi dovuti sul capitale prestato e le spese relative alla pratica e poi il capitale da restituire. Che significa poi che ciascuna singola rata contiene una parte di capitale e una parte dell’interesse suddiviso per il numero delle rate complessive e una parte di spese di apertura pratica. Rata + 1 capitale prestato + 1 interessi + 1 spese. La rata è un fascicolo di una collezione che però è proprio la quotidianità. Forse certi giorni proprio la vita. Sospiro e lo so. Che la borghesia poi è rituale. Non si spiegherebbe altrimenti il numero di prodotti che inducono raccolte punti allo sfinimento per ottenere in regalo suppellettili, e il numero delle riviste di hobbies che propongono la costruzione di una nave pirata, la collezione di capolavori dell’impressionismo in miniatura, o dei santini. Nonostante gli oggetti crescano in maniera inversamente proporzionale agli spazi che una persona o una famiglia possano permettersi, il borghese continua a collezionare, persevera e induce. I bambini i giochi, gli adolescenti i fumetti, i padri le pipe e le penne stilografiche, le mamme merletti e <em>Decoupage con Sara Kay</em>. I modellini di automobili sono invece molto trasversali. Quando scendo ad Anagnina e mi incammino nell’enorme piazzale degli autobus e poi vado ancora oltre, puntando decisamente verso i centri commerciali, mi fermo alla prima edicola che incontro. La donna dentro sta fumando e ha i capelli raccolti con un bastoncino cinese. Mi pare bella, anche così in ombra e anche così assediata dalle cartacce e dal rombo delle macchine. Le chiedo chi viene a comprare i fascicoli da collezione e cosa colleziona la gente. Mi dice che le donne comprano i fascicoli per i figli, che la serie <em>Le lettere dell’alfabeto</em> sta andando molto bene e che gli uomini invece comprano la serie delle penne stilografiche. Poi moltissimi comprano i supereroi e adesso c’è un po’ di attesa, ha avuto già tre prenotazioni, per la serie del Subbuteo. Il Subbuteo mi piace, ho sempre pensato che mi abbia aiutato a capire che le storie sono in ogni luogo, che se un omino impalato su una emisfera può essere Diego Armando allora se tengo le spalle abbastanza dritte possono spuntarmi le ali. Prima di andarmene mentre mi dice che le serie si ripetono, che sono anche sempre le stesse, che certe volte i secondi numeri non arrivano mai. Mentre mi racconta uno sketch di Lillo e Greg sulle duecentocinquantamila uscite per <em>Piscina per tutti</em>, mi cade l’occhio sul fascicolo corrente di Santini <em>da collezione</em>. S. Paolo, S. Stefano, S. Cristoforo, S. Giuda Taddeo, S. Maria Maddalena, S. Elisabetta d’Ungheria. S. Giuda Taddeo è il santo delle cause senza rimedio, delle cause perdute. E io lo voglio già un po’. Come voglio tutto quello che non posso permettermi. Io e tutti. Accumulare cose che non servono a niente è il lusso più a portata di mano che mi viene in mente oggi.</p>
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		<title>In Defence Of P.G. Wodehouse</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Nov 2009 13:09:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[When the Germans made their rapid advance through Belgium in the early summer of 1940, they captured, among other things, Mr. P.G. Wodehouse, who had been living throughout the early part of the war in his villa at Le Touquet, and seems not to have realised until the last moment that he was in any danger. As he was led away into captivity, he is said to have remarked, “Perhaps after this I shall write a serious book.” He was placed for the time being under house arrest, and from his subsequent statements it appears that he was treated in a fairly friendly way, German officers in the neighbourhood frequently “dropping in for a bath or a party.”]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>When the Germans made their rapid advance through Belgium in the early summer of 1940, they captured, among other things, Mr. P.G. Wodehouse, who had been living throughout the early part of the war in his villa at Le Touquet, and seems not to have realised until the last moment that he was in any danger. As he was led away into captivity, he is said to have remarked, “Perhaps after this I shall write a serious book.” He was placed for the time being under house arrest, and from his subsequent statements it appears that he was treated in a fairly friendly way, German officers in the neighbourhood frequently “dropping in for a bath or a party.”<br />
Over a year later, on 25th June 1941, the news came that Wodehouse had been released from internment and was living at the Adlon Hotel in Berlin. On the following day the public was astonished to learn that he had agreed to do some broadcasts of a “non-political” nature over the German radio. The full texts of these broadcasts are not easy to obtain at this date, but Wodehouse seems to have done five of them between 26th June and 2nd July, when the Germans took him off the air again. The first broadcast, on 26th June, was not made on the Nazi radio but took the form of an interview with Harry Flannery, the representative of the Columbia Broadcasting System, which still had its correspondents in Berlin. Wodehouse also published in the <em>Saturday Evening Post</em> an article which he had written while still in the internment camp.<br />
The article and the broadcasts dealt mainly with Wodehouse’s experiences in internment, but they did include a very few comments on the war. The following are fair samples:</p>
<p><em>“I never was interested in politics. I’m quite unable to work up any kind of belligerent feeling. Just as I’m about to feel belligerent about some country I meet a decent sort of chap. We go out together and lose any fighting thoughts or feelings.”<br />
“A short time ago they had a look at me on parade and got the right idea; at least they sent us to the local lunatic asylum. And I have been there forty-two weeks. There is a good deal to be said for internment. It keeps you out of the saloon and helps you to keep up with your reading. The chief trouble is that it means you are away from home for a long time. When I join my wife I had better take along a letter of introduction to be on the safe side.”<br />
“In the days before the war I had always been modestly proud of being an Englishman, but now that I have been some months resident in this bin or repository of Englishmen I am not so sure. &#8230; The only concession I want from Germany is that she gives me a loaf of bread, tells the gentlemen with muskets at the main gate to look the other way, and leaves the rest to me. In return I am prepared to hand over India, an autographed set of my books, and to reveal the secret process of cooking sliced potatoes on a radiator. This offer holds good till Wednesday week.”</em></p>
<p>The first extract quoted above caused great offence. Wodehouse was also censured for using (in the interview with Flannery) the phrase “whether Britain wins the war or not,” and he did not make things better by describing in another broadcast the filthy habits of some Belgian prisoners among whom he was interned. The Germans recorded this broadcast and repeated it a number of times. They seem to have supervised his talks very lightly, and they allowed him not only to be funny about the discomforts of internment but to remark that “the internees at Trost camp all fervently believe that Britain will eventually win.” The general upshot of the talks, however, was that he had not been ill treated and bore no malice.<br />
These broadcasts caused an immediate uproar in England. There were questions in Parliament, angry editorial comments in the press, and a stream of letters from fellow-authors, nearly all of them disapproving, though one or two suggested that it would be better to suspend judgment, and several pleaded that Wodehouse probably did not realise what he was doing. On 15th July, the Home Service of the B.B.C. carried an extremely violent Postscript by “Cassandra” of the Daily Mirror, accusing Wodehouse of “selling his country.” This postscript made free use of such expressions as “Quisling” and “worshipping the Führer.” The main charge was that Wodehouse had agreed to do German propaganda as a way of buying himself out of the internment camp.<br />
“Cassandra’s” Postscript caused a certain amount of protest, but on the whole it seems to have intensified popular feeling against Wodehouse. One result of it was that numerous lending libraries withdrew Wodehouse’s books from circulation. Here is a typical news item:</p>
<p><em>“Within twenty-four hours of listening to the broadcast of Cassandra, the Daily Mirror columnist, Portadown (North Ireland) Urban District Council banned P. G. Wodehouse’s books from their public library. Mr. Edward McCann said that Cassandra’s broadcast had clinched the matter. Wodehouse was funny no longer.” </em>(Daily Mirror)</p>
<p>In addition the B.B.C. banned Wodehouse’s lyrics from the air and was still doing so a couple of years later. As late as December 1944 there were demands in Parliament that Wodehouse should be put on trial as a traitor.<br />
There is an old saying that if you throw enough mud some of it will stick, and the mud has stuck to Wodehouse in a rather peculiar way. An impression has been left behind that Wodehouse’s talks (not that anyone remembers what he said in them) showed him up not merely as a traitor but as an ideological sympathiser with Fascism. Even at the time several letters to the press claimed that “Fascist tendencies” could be detected in his books, and the charge has been repeated since. I shall try to analyse the mental atmosphere of those books in a moment, but it is important to realise that the events of 1941 do not convict Wodehouse of anything worse than stupidity. The really interesting question is how and why he could be so stupid. When Flannery met Wodehouse (released, but still under guard) at the Adlon Hotel in June 1941, he saw at once that he was dealing with a political innocent, and when preparing him for their broadcast interview he had to warn him against making some exceedingly unfortunate remarks, one of which was by implication slightly anti-Russian. As it was, the phrase “whether England wins or not” did get through. Soon after the interview Wodehouse told him that he was also going to broadcast on the Nazi radio, apparently not realising that this action had any special significance. Flannery comments:</p>
<p><em>“By this time the Wodehouse plot was evident. It was one of the best Nazi publicity stunts of the war, the first with a human angle. &#8230; Plack (Goebbels’s assistant) had gone to the camp near Gleiwitz to see Wodehouse, found that the author was completely without political sense, and had an idea. He suggested to Wodehouse that in return for being released from the prison camp he write a series of broadcasts about his experiences; there would be no censorship and he would put them on the air himself. In making that proposal Plack showed that he knew his man. He knew that Wodehouse made fun of the English in all his stories and that he seldom wrote in any other way, that he was still living in the period about which he wrote and had no conception of Nazism and all it meant. Wodehouse was his own Bertie Wooster.”</em></p>
<p>The striking of an actual bargain between Wodehouse and Plack seems to be merely Flannery’s own interpretation. The arrangement may have been of a much less definite kind, and to judge from the broadcasts themselves, Wodehouse’s main idea in making them was to keep in touch with his public and &#8212; the comedian’s ruling passion &#8212; to get a laugh. Obviously they are not the utterances of a Quisling of the type of Ezra Pound or John Amery, nor, probably, of a person capable of understanding the nature of Quislingism. Flannery seems to have warned Wodehouse that it would be unwise to broadcast, but not very forcibly. He adds that Wodehouse (though in one broadcast he refers to himself as an Englishman) seemed to regard himself as an American citizen. He had contemplated naturalisation, but had never filled in the necessary papers. He even used, to Flannery, the phrase, “We’re not at war with Germany.”<br />
I have before me a bibliography of P. G. Wodehouse’s works. It names round about fifty books, but is certainly incomplete. It is as well to be honest, and I ought to start by admitting that there are many books by Wodehouse perhaps a quarter or a third of the total &#8212; which I have not read. It is not, indeed, easy to read the whole output of a popular writer who is normally published in cheap editions. But I have followed his work fairly closely since 1911, when I was eight years old, and am well acquainted with its peculiar mental atmosphere &#8212; an atmosphere which has not, of course, remained completely unchanged, but shows little alteration since about 1925. In the passage from Flannery’s book which I quoted above there are two remarks which would immediately strike any attentive reader of Wodehouse. One is to the effect that Wodehouse “was still living in the period about which he wrote,” and the other that the Nazi Propaganda Ministry made use of him because he “made fun of the English.” The second statement is based on a misconception to which I will return presently. But Flannery’s other comment is quite true and contains in it part of the clue to Wodehouse’s behaviour.<br />
A thing that people often forget about P. G. Wodehouse’s novels is how long ago the better-known of them were written. We think of him as in some sense typifying the silliness of the nineteen-twenties and nineteen-thirties, but in fact the scenes and characters by which he is best remembered had all made their appearance before 1925. [...] When one looks through the list of Wodehouse’s books from 1902 onwards, one can observe three fairly well-marked periods. The first is the school-story period. [...] The next is the American period. Wodehouse seems to have lived in the United States from about 1913 to 1920, and for a while showed signs of becoming Americanised in idiom and outlook. [...] The third period might fitly be called the country-house period. By the early nineteen-twenties Wodehouse must have been making a very large income, and the social status of his characters moved upwards accordingly [...]. The typical setting is now a country mansion, a luxurious bachelor flat or an expensive golf club. The schoolboy athleticism of the earlier books fades out, cricket and football giving way to golf, and the element of farce and burlesque becomes more marked. [...] Mike Jackson has turned into Bertie Wooster. That, however, is not a very startling metamorphosis, and one of the most noticeable things about Wodehouse is his lack of development. [...] How much of a formula the writing of his later books had become one can see from the fact that he continued to write stories of English life although throughout the sixteen years before his internment he was living at Hollywood and Le Touquet.<br />
[...] In <em>Something Fresh</em> Wodehouse had discovered the comic possibilities of the English aristocracy, and a succession of ridiculous but, save in a very few instances, not actually contemptible barons, earls and what-not followed accordingly. This had the rather curious effect of causing Wodehouse to be regarded, outside England, as a penetrating satirist of English society. Hence Flannery’s statement that Wodehouse “made fun of the English,” which is the impression he would probably make on a German or even an American reader. Some time after the broadcasts from Berlin I was discussing them with a young Indian Nationalist who defended Wodehouse warmly. He took it for granted that Wodehouse <em>had</em> gone over to the enemy, which from his own point of view was the right thing to do. But what interested me was to find that he regarded Wodehouse as an anti-British writer who had done useful work by showing up the British aristocracy in their true colours. This is a mistake that it would be very difficult for an English person to make, and is a good instance of the way in which books, especially humorous books, lose their finer nuances when they reach a foreign audience. For it is clear enough that Wodehouse is <em>not</em> anti-British, and not anti-upper class either. On the contrary, a harmless old-fashioned snobbishness is perceptible all through his work. Just as an intelligent Catholic is able to see that the blasphemies of Baudelaire or James Joyce are not seriously damaging to the Catholic faith, so an English reader can see that in creating such characters as Hildebrand Spencer Poyns de Burgh John Hanneyside Coombe-Crombie, 12th Earl of Dreever, Wodehouse is not really attacking the social hierarchy. Indeed, no one who genuinely despised titles would write of them so much. Wodehouse’s attitude towards the English social system is the same as his attitude towards the public-school moral code &#8212; a mild facetiousness covering an unthinking acceptance. The Earl of Emsworth is funny because an earl ought to have more dignity, and Bertie Wooster’s helpless dependence on Jeeves is funny partly because the servant ought not to be superior to the master. An American reader can mistake these two, and others like them, for hostile caricatures, because he is inclined to be Anglophobe already and they correspond to his preconceived ideas about a decadent aristocracy. Bertie Wooster, with his spats and his cane, is the traditional stage Englishman. But, as any English reader would see, Wodehouse intends him as a sympathetic figure, and Wodehouse’s real sin has been to present the English upper classes as much nicer people than they are. All through his books certain problems are constantly avoided. Almost without exception his moneyed young men are unassuming, good mixers, not avaricious: their tone is set for them by Psmith, who retains his own upper-class exterior but bridges the social gap by addressing everyone as “Comrade.”<br />
But there is another important point about Bertie Wooster: his out-of-dateness. Conceived in 1917 or thereabouts, Bertie really belongs to an epoch earlier than that. [...] A humorous writer is not obliged to keep up to date, and having struck one or two good veins, Wodehouse continued to exploit them with a regularity that was no doubt all the easier because he did not set foot in England during the sixteen years that preceded his internment. His picture of English society had been formed before 1914, and it was a naïve, traditional and, at bottom, admiring picture. [...] His books are aimed, not, obviously, at a highbrow audience, but at an audience educated along traditional lines. [...] In his radio interview with Flannery, Wodehouse wondered whether “the kind of people and the kind of England I write about will live after the war,” not realising that they were ghosts already. “He was still living in the period about which he wrote,” says Flannery, meaning, probably, the nineteen-twenties. But the period was really the Edwardian age, and Bertie Wooster, if he ever existed, was killed round about 1915.<br />
If my analysis of Wodehouse’s mentality is accepted, the idea that in 1941 he consciously aided the Nazi propaganda machine becomes untenable and even ridiculous. He <em>may</em> have been induced to broadcast by the promise of an earlier release (he was due for release a few months later, on reaching his sixtieth birthday), but he cannot have realised that what he did would be damaging to British interests. As I have tried to show, his moral outlook has remained that of a public-school boy, and according to the public-school code, treachery in time of war is the most unforgivable of all the sins. But how could he fail to grasp that what he did would be a big propaganda score for the Germans and would bring down a torrent of disapproval on his own head? To answer this one must take two things into consideration. First, Wodehouse’s complete lack &#8212; so far as one can judge from his printed works &#8212; of political awareness. It is nonsense to talk of “Fascist tendencies” in his books. There are no post-1918 tendencies at all. Throughout his work there is a certain uneasy awareness of the problem of class distinctions, and scattered through it at various dates there are ignorant though not unfriendly references to Socialism. In <em>The Heart of a Goof</em> (1926) there is a rather silly story about a Russian novelist, which seems to have been inspired by the factional struggle then raging in the U.S.S.R. But the references in it to the Soviet system are entirely frivolous and, considering the date, not markedly hostile. That is about the extent of Wodehouse’s political consciousness, so far as it is discoverable from his writings. Nowhere, so far as I know, does he so much as use the word “Fascism” or “Nazism.” In left-wing circles, indeed in “enlightened” circles of any kind, to broadcast on the Nazi radio, to have any truck with the Nazis whatever, would have seemed just as shocking an action before the war as during it. But that is a habit of mind that had been developed during nearly a decade of ideological struggle against Fascism. The bulk of the British people, one ought to remember, remained anæsthetic to that struggle until late into 1940. Abyssinia, Spain, China, Austria, Czechoslovakia &#8212; the long series of crimes and aggressions had simply slid past their consciousness or were dimly noted as quarrels occurring among foreigners and “not our business.” One can gauge the general ignorance from the fact that the ordinary Englishman thought of “Fascism” as an exclusively Italian thing and was bewildered when the same word was applied to Germany. And there is nothing in Wodehouse’s writings to suggest that he was better informed, or more interested in politics, than the general run of his readers.<br />
The other thing one must remember is that Wodehouse happened to be taken prisoner at just the moment when the war reached its desperate phase. We forget these things now, but until that time feelings about the war had been noticeably tepid. There was hardly any fighting, the Chamberlain Government was unpopular, eminent publicists were hinting that we should make a compromise peace as quickly as possible, trade union and Labour Party branches all over the country were passing anti-war resolutions. Afterwards, of course, things changed. The Army was with difficulty extricated from Dunkirk, France collapsed, Britain was alone, the bombs rained on London, Goebbels announced that Britain was to be “reduced to degradation and poverty.” By the middle of 1941 the British people knew what they were up against and feelings against the enemy were far fiercer than before. But Wodehouse had spent the intervening year in internment, and his captors seem to have treated him reasonably well. He had missed the turning-point of the war, and in 1941 he was still reacting in terms of 1939. He was not alone in this. On several occasions about this time the Germans brought captured British soldiers to the microphone, and some of them made remarks at least as tactless as Wodehouse’s. They attracted no attention, however. And even an outright Quisling like John Amery was afterwards to arouse much less indignation than Wodehouse had done.<br />
But why? Why should a few rather silly but harmless remarks by an elderly novelist have provoked such an outcry? One has to look for the probable answer amid the dirty requirements of propaganda warfare.<br />
There is one point about the Wodehouse broadcasts that is almost certainly significant &#8212; the date. Wodehouse was released two or three days before the invasion of the U.S.S.R., and at a time when the higher ranks of the Nazi party must have known that the invasion was imminent. It was vitally necessary to keep America out of the war as long as possible, and in fact, about this time, the German attitude towards the U.S.A. did become more conciliatory than it had been before. The Germans could hardly hope to defeat Russia, Britain and the U.S.A. in combination, but if they could polish off Russia quickly &#8212; and presumably they expected to do so &#8212; the Americans might never intervene. The release of Wodehouse was only a minor move, but it was not a bad sop to throw to the American isolationists. He was well known in the United States, and he was &#8212; or so the Germans calculated &#8212; popular with the Anglophobe public as a caricaturist who made fun of the silly-ass Englishman with his spats and his monocle. At the microphone he could be trusted to damage British prestige in one way or another, while his release would demonstrate that the Germans were good fellows and knew how to treat their enemies chivalrously. That presumably was the calculation, though the fact that Wodehouse was only broadcasting for about a week suggests that he did not come up to expectations.<br />
But on the British side similar though opposite calculations were at work. For the two years following Dunkirk, British morale depended largely upon the feeling that this was not only a war for democracy but a war which the common people had to win by their own efforts. The upper classes were discredited by their appeasement policy and by the disasters of 1940, and a social levelling process appeared to be taking place. Patriotism and left-wing sentiments were associated in the popular mind, and numerous able journalists were at work to tie the association tighter. Priestley’s 1940 broadcasts, and “Cassandra’s” articles in the <em>Daily Mirror</em>, were good examples of the demagogic propaganda flourishing at that time. In this atmosphere, Wodehouse made an ideal whipping-boy. For it was generally felt that the rich were treacherous, and Wodehouse &#8212; as “Cassandra” vigorously pointed out in his broadcast &#8212; was a rich man. But he was the kind of rich man who could be attacked with impunity and without risking any damage to the structure of society. To denounce Wodehouse was not like denouncing, say, Beaverbrook. A mere novelist, however large his earnings may happen to be, is not of the possessing class. Even if his income touches £350,000 a year he has only the outward semblance of a millionaire. He is a lucky outsider who has fluked into a fortune &#8212; usually a very temporary fortune &#8212; like the winner of the Calcutta Derby Sweep. Consequently, Wodehouse’s indiscretion gave a good propaganda opening. It was a chance to “expose” a wealthy parasite without drawing attention to any of the parasites who really mattered.<br />
In the desperate circumstances of the time, it was excusable to be angry at what Wodehouse did, but to go on denouncing him three or four years later &#8212; and more, to let an impression remain that he acted with conscious treachery &#8212; is not excusable. Few things in this war have been more morally disgusting than the present hunt after traitors and Quislings. At best it is largely the punishment of the guilty by the guilty. In France, all kinds of petty rats &#8212; police officials, penny-a-lining journalists, women who have slept with German soldiers &#8212; are hunted down while almost without exception the big rats escape. In England the fiercest tirades against Quislings are uttered by Conservatives who were practising appeasement in 1938 and Communists who were advocating it in 1940. I have striven to show how the wretched Wodehouse &#8212; just because success and expatriation had allowed him to remain mentally in the Edwardian age &#8212; became the <em>corpus vile</em> in a propaganda experiment, and I suggest that it is now time to regard the incident as closed. If Ezra Pound is caught and shot by the American authorities, it will have the effect of establishing his reputation as a poet for hundreds of years; and even in the case of Wodehouse, if we drive him to retire to the United States and renounce his British citizenship, we shall end by being horribly ashamed of ourselves. Meanwhile, if we really want to punish the people who weakened national morale at critical moments, there are other culprits who are nearer home and better worth chasing.    (1945)</p>
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		<title>Il segreto di Marina</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Nov 2009 12:38:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Mia sorella Marina era una ragazza timida. Aveva un viso smunto, due grandi occhi castani mobili e vivaci che spuntavano curiosi sotto la morbida frangia. Era sempre stata molto saggia e pacata e, forse, proprio per il suo carattere schivo e ritroso, fu notata dall’ultimo uomo che avrebbe potuto rapire il suo cuore, Carmnuccumariulo. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Mia sorella Marina era una ragazza timida. Aveva un viso smunto, due grandi occhi castani mobili e vivaci che spuntavano curiosi sotto la morbida frangia. Era sempre stata molto saggia e pacata e, forse, proprio per il suo carattere schivo e ritroso, fu notata dall’ultimo uomo che avrebbe potuto rapire il suo cuore, <em>Carmnuccumariulo</em>. Carmine aveva perso presto i genitori, ed era stato affidato ad una zia depressa, che stava tutto il giorno a fumare sul divano, e non gli faceva trovare mai nulla da mangiare. E Carmine, affamato, rubava merendine e gelati nell’unico supermarket del paese. Man mano che cresceva le esigenze aumentavano e il denaro scarseggiava, di mettersi a lavorare però proprio non gli andava; gli avevano offerto un lavoro come muratore, ma lui si era detto: ”perché sudare e rischiare di morire in un cantiere?”, e aveva preso a spacciare. A vent’anni fu arruolato dal clan dei basilischi. Don R., il capo della ‘ndrina, gli regalò una pistola. Doveva usarla solo in caso di necessità. Quello era stato il giorno più bello della sua vita, non l’avrebbe mai dimenticato. Si guardava allo specchio, gonfiava i pettorali e, impugnando la pistola, si ripeteva:”diventerò il capo, diventerò il capo”. Ma per ora comandava solo su un piccolo gruppo di baby spacciatori.</p>
<p>Carmine e i suoi amici, Puff e Pasc, in settimana se ne stavano in paese a lavorare per il clan e il sabato sera andavano a far baldoria in città. Arrivavano nel corso imbellettati: pantaloni griffati a vita bassa, slip D&amp;G in bella mostra, capelli gellati e un’aria da guappi. Le ragazze non li degnavano neanche di uno sguardo, loro però non si davano per vinti, sceglievano il gruppetto di fanciulle da corteggiare, le inseguivano e le infastidivano fino a quando le malcapitate non cedevano.</p>
<p>Marina e le sue amiche erano appena uscite da una piccola libreria del centro e si dirigevano verso il Gran caffè. Carmine, Puff e Pasc, gonfi nei loro giubbetti neri, si avvicinarono alle ragazzine. Marina subito si fece da parte, le altre, al contrario, accolsero di buon grado la corte degli sconosciuti e non si accorsero nemmeno che Marina se ne fosse andata. Marina aspettava l’autobus e per ingannare l’attesa leggeva <em>Delitto e castigo</em> ma, all’improvviso, fu costretta a chiudere il libro. Due mani sudaticce si posarono sui suoi capelli e presero a stritolarle le ciocche. Marina voleva capire di chi si trattasse e voltandosi si trovò faccia a faccia con Carmine. “Dove pensavi di andare?”, le chiese lui in tono minaccioso, e la costrinse a prostrarsi ai suoi piedi. “Certo che sei una bella scostumata, non si trattano così gli amici!” la apostrofò, poi aprì lo sportello della sua auto e la scaraventò sul sedile posteriore. Mia sorella lo supplicò di lasciarla andare, ma Carmine aveva stabilito che lei sarebbe stata la sua ragazza, e da allora la seguì dappertutto. Lui col tempo divenne premuroso e affettuoso, e lei se ne innamorò, ma riuscì a fargli cambiar vita: lo convinse a tornare a scuola, a cercarsi un lavoretto, e ad abbandonare le cattive compagnie.</p>
<p>La loro relazione procedeva a gonfie vele, il clan però non aveva gradito affatto il cambiamento di Carmine. Monia, la fidanzata del capo zona, l’aveva stranamente invitata a cena. Marina la temeva, la chiamavano la Tigre del Bronx, perché era una iena, e veniva dal quartiere malfamato del paese, il Bronx appunto o Forcella, un intero quartiere di case popolari, dove abitava anche il capo basilico. “Ma, dico, tu sei scema o cosa?” la aggredì Monica. “So che Carmnucc si è messo a lavorare, che studia, e che se ne vuole uscire dal clan. Ma che vi siete messi in testa tu e quel fesso del ragazzo tuo: non lo sai che una volta che sei dentro, non si torna indietro? Lui ha fatto un patto, un giuramento. Ragionate. Fallo ragionare. Don R. lo aspetta, sta organizzando una cosa grossa contro i <em>ptnzesi</em> e ha bisogno di lui. Poi tu, ma sei proprio stupida? Puoi fare la vita da gran signora, se lui sta nell’organizzazione guadagna bene, se te lo sposi e lui metti che va in carcere, loro mantengono te e la tua famiglia, certo non è lo stipendio di nu pasticcier!”. Marina non si lasciò intimorire dagli artigli dipinti della “Tigre del Bronx” e le rispose a tono: ”Io non sono come te!  E Carminuccio è solo stato sfortunato. Ma si può sempre recuperare, si può tornare indietro, hai capito? I soldi, la bella vita … cazzate! Ma lo sai che possono pure sparargli, eh? Lo sai loro che vendono? Droga. E quella roba uccide. Se i ragazzi a Potenza e provincia muoiono di overdose, o durante qualche bel coca party, è colpa loro! Mi fanno schifo!”. Marina dopo la sfuriata fece per andarsene, ma il felino la afferrò per un braccio e ruggì: ”Ma tu chi ti credi di essere, wonder woman? Solo perché studi, pensi di essere più dritta? E poi, chi te le ha messe in capa tutt sti strunzat, la droga …  i coca party …  E’stata quella ‘ndrchera di tua sorella?”. Marina mi discolpò subito: ”No, mia sorella non c’entra!”. Ma Monica, non contenta, aggiunse: ”Professore t s mis cu nu malamend, e non è che perché mo va a scuola che quello è diverso. Sembr nu mariuol rman”. Marina le mollò un ceffone e, stravolta, guidò sino a casa.</p>
<p>Quando aprii la porta mi accorsi che in lei c’era qualcosa di strano, ma non la disturbai con le mie solite domande “indiscrete” come le definiva lei. Dopo cena però notai che la porta della mia stanza era spalancata. “Che strano” dissi tra me e me “eppure ero convita di averla chiusa”. E, infatti, non mi ero sbagliata: qualcuno, a mia insaputa, l’aveva riaperta. Marina. La trovai china sulla mia libreria a scartabellare. Teneva sulle ginocchia il manuale di Storia criminale. Mi avvicinai a lei, le sfilai il libro da sotto i gomiti e le chiesi: ”Da quando stai con Carmunucc t’interessa il crimine?”. Il mio fu un esordio assai infelice: se volevo che Marina si confidasse con me non dovevo aggredirla. Provai dunque ad aggiustare il tiro. “Cosa ti preoccupa, che vuoi sapere sui Basilischi?”. Marina sgranò gli occhi e si portò una mano sulla bocca, quasi a soffocare in gola un grido di paura ma, dopo un attimo di esitazione, mi bombardò di domande. “E’vero che se entri non te ne puoi uscire? Che fai una specie di giuramento e se te ne esci, ti fanno fuori? Che se ti mettono dentro quelli mantengono la tua famiglia, pagano gli avvocati, che molti di loro sono venduti, che insomma in Basilicata esiste la mafia?”. Senza scompormi, mi diressi verso la libreria e presi un intero fascicolo dedicato all’argomento. Era una raccolta di articoli di giornale, lanci d’agenzia, ed estratti di verbali. Trovai il giuramento che la sentinella d’omertà, cioè il neofita, deve recitare al momento del battesimo e glielo mostrai. ”Il battesimo, ossia il rito d’ingresso, deve avvenire alle foci del fiume Sinni”, le spiegai schiarendomi la voce. “A differenza della ‘ndrangheta, da cui sono nati, i basilischi sono molto precisi, non ci si può battezzare in un luogo qualsiasi. Alcuni battesimi però sono stati fatti in carcere”. Marina mi strappò il foglio di mano e, con la voce spezzata, lesse:</p>
<p><em>Vidi un corpo di società a forma di Basilicata sotto una stella mattutina posata sul cucuzzolo del monte Pollino che in quel momento sembrava d’oro, e i riflessi si riflettevano su un bastone d’argento che era in mano al capo società che rivolgendosi a me mi chiese di rilasciare il mio giuramento affinché i desideri del mio cuore si realizzassero e miei passi nel mio lungo cammino fossero sempre accompagnati da quelli di una lunga interminabile fratellanza sparsa in tutta la Basilicata, sia nel bene che nel male per tutta l’eternità. Il mio cuore gioì e dissi che era quello che desideravo e avevo sempre cercato e dopo che mi furono ricordati tutti i doveri a cui avrei dovuto avere fede e adempiere con impegno, alzò gli occhi al cielo e con tono severo e umile nello stesso tempo disse queste parole: ‘Montagna d’oro, Bastone d’argento, stella mattutina, io formo in testa a voi questa ‘ndrina, su questo monte Pollino ti facciamo Malandrino e con le acque del Sinni ti beneficiamo della fratellanza di tutti i Basilischi e se tragedia, sbaglio o infamia porterai, queste stesse acque il tuo cadavere lontano dalla Basilicata porteranno, trascinandolo nei più profondi abissi marini dove mai nessuno potrà piangerlo né trovarlo. Con parole di omertà ora fai parte di questa onorata società. </em></p>
<p>“Adesso capisco!” esclamò; “Carmine una volta mi ha raccontato una storia strana che ha come ambientazione il monte Pollino e come protagonista un uomo a cavallo, si tratta di un racconto pregno di simboli. Lui li descriveva dettagliatamente, ma io ho sempre creduto si trattasse di storie di briganti, cose che gli racconta il nonno. Che stupida che sono stata.  Ma … insomma lui è spacciato?”. Marina doveva amare molto il <em>mariuolo</em>, al solo pensiero che lui potesse soffrire le tremava la voce e il cuore le batteva forte, e le sue gote si arrossavano. Aveva cercato di nascondere la sua preoccupazione camminando su e giù per la stanza, ma non c’era riuscita; voleva a tutti i costi che io la rassicurassi, e la accontentai. ”Lui è giovane,” dissi accarezzandole il viso ”se volesse togliersi dal giro, potrebbe farlo. Tu, però, sei sicura che lui è stato battezzato?”. “No” ribattè  Marina “Monia mi ha detto che lui è picciotto. Ma Carmine mi ha sempre parlato di questo giuramento come di qualcosa che lo affascinava, che gli avevano raccontato, ma non mi ha mai detto di essere stato battezzato!”.</p>
<p>“Va bene, allora prova a parlare con lui. Magari non tutto è perduto”.</p>
<p>“Sì, ma mi devo spicciare perché il capo lo cerca, ed è probabile che lui ci ricaschi”.</p>
<p>Marina parcheggiò nei pressi della scuola di Carmine. Lui aspettava qualcuno fuori dal portone, aveva lo zaino sulle spalle e intirizzito dal freddo si stringeva nel cappotto. Poco dopo lo raggiunse un ragazzo alto, gli consegnò un libro e ritornò dentro. Marina provò a richiamare la sua attenzione, ma non fece in tempo ad articolare il suo nome che un’ombra frastagliata si avventò su di lui. Pascal <em>u’ tost</em>.  Il braccio destro del boss schiaffeggiò Carmine e lo trascinò sino alla fine della scala, dove li attendeva Don R.. Marina si accovacciò dietro un auto in sosta e si avvicinò di soppiatto al lampione sotto il quale i tre confabulavano. Don R. tirò fuori una P38 e la diede a Carmine. Carmine se la infilò nei pantaloni, e annuì. Il boss, soddisfatto, sparì scortato da <em>u’ tost</em>.<br />
Marina non era certa che il capo fosse abbastanza lontano per uscire allo scoperto, e indugiò ancora un po’ nel suo nascondiglio. Carmine se stava seduto su una panchina e accarezzava la pistola. A un tratto tirò su col naso e una lacrima rigò il suo volto.  Marina  non resistette oltre,  si alzò in piedi e corse da lui. “Te ne devi andare”disse lui appena la vide. Lei  provò ad abbracciarlo e lui la respinse e le mostrò un piccolo taglio sull’indice. ”Questo me l’ha fatto il capo società al momento del battesimo” disse “sono un picciotto, se mi tiro indietro mi fanno fare la fine dell’infame.  E la prima persona che vengono a prendere sei tu. Ti farebbero del male, lo so. Tu sei in tempo, allontanati da me”. “Ma io … io …” farfugliò Marina e lui: “Zitta. Non lo dire, ti prego, tanto lo so. Una come te non può amare uno come me, perché uno come me è meglio perderlo che trovarlo”. Carmine la baciò per l’ultima volta sulle labbra, Marina ingoiò le sue lacrime calde e si allontanò. Di quell’episodio non fece parola con nessuno. Negava a chiunque l’accesso alla sua camera, sgusciava fuori solo per cibarsi e poi si raggomitolava sul letto. Io ero stanca di spiarla dal buco della serratura e di non poter far nulla per aiutarla, così, un sabato mattina, mi feci coraggio ed entrai nella sua stanza. Il letto era disfatto, i cuscini sprimacciati giacevano in terra e la finestra era spalancata. Mia sorella era fuggita. Mia madre era in lacrime; mio padre imprecava; io uscii a cercarla. Setacciai vicoli, vicoletti, sottopassaggi, cantine e anfratti. Nulla. In paese di Marina non c’era alcuna traccia. M’inerpicai allora su lungo un sentiero di montagna, ma pochi istanti dopo mi richiamarono dal giornale. ”Corri, muoviti, ci sono novità sui Basilischi!”. Feci inversione, e mi catapultai in redazione. Sul mio tavolo troneggiava un’informativa della polizia giudiziaria. “Il tempestivo intervento delle forze dell’ordine ha sventato una guerra di mafia nel locale potentino. Le due ‘ndrine si stavano armando. Avevano raccattato molti kalashnikov, fucili e pistole perché, com’è emerso dalle intercettazioni telefoniche, uno dei capi aveva deciso di collaborare con la giustizia, e il tribunale della quinta mafia aveva deciso di punirlo”. Tutto era pronto per l’esecuzione dunque, ma la polizia li aveva fermati in tempo, molti dei sicari, fortunatamente, erano stati acciuffati e sbattuti in cella, l’unico che era riuscito a fuggire era stato Don R., considerato latitante insieme con uno dei suoi gregari. Dalla descrizione capii che si trattasse di Carmine. Marina doveva essere con lui, pensai. Certo: ma dove?  I miei genitori continuavano a telefonarmi allarmati e mia sorella aveva il cellulare staccato. L’unica cosa da fare era aspettare. Mi sedetti alla scrivania e cominciai a buttar giù il mio pezzo. Ero indemoniata. Il ritmo delle battute era veloce, deciso. Volevo che la gente sapesse, avrei voluto mettere nero su bianco quanto accadeva di notte, nel silenzio dei nostri paesi, e tuttavia obbedii all’ordine del mio direttore che era stato molto chiaro a riguardo: “Niente allarmismi”.</p>
<p>Nella foga della composizione però non mi ero accorta che qualcuno mi stava osservando. Vidi piegarsi su di me un’ombra sottile. Due mani ghiacciate si posarono sulle mie, e una pioggia di lacrime prese a cadere sul mio pc. Marina. Era tornata. Prima di fuggire Carmine aveva voluto incontrarla e le aveva raccontato di Don R., degli amici della ‘ndrangheta e della loro latitanza in calabria, ma Marina era d’accordo con la polizia. “Meglio in carcere che al servizio della ‘ndrangheta” chiosò e mi pregò di mantenere il segreto. Oramai però era troppo tardi. La notizia era arrivata anche in paese. Nei piccoli borghi, si sa, le notizie volano sulle ali del pettegolezzo, e in poche ore tutti, anche i nostri genitori, furono informati. Mio padre, preoccupato per l’incolumità della sua famiglia, decise di trasferirsi a Roma, mia madre e mia sorella lo seguirono, io rimasi in paese.</p>
<p>La polizia dopo mesi di ricerche trovò Carmine e lo arrestò. Marina accese la tv e lo vide ammanettato e circondato da una decina di agenti. La consapevolezza di aver contribuito alla sua cattura la tormentava. Si rifugiò nello studio di mio padre, si sedette sulla poltrona di pelle e si accasciò sulla scrivania. Rimase a lungo immobile in quella posizione, poi, lentamente, allungò il braccio destro sino al portapenne, impugnò un tagliacarte appuntito e si tranciò di netto le vene del polso sinistro. Mia madre la trovò riversa sul pavimento; per fortuna, in ospedale, i medici riuscirono a bloccare l’emorragia, ma per qualche settimana la tennero sotto osservazione. Lo psichiatra consigliò a mio padre di allontanarla dall’Italia, un soggiorno all’estero, magari in un college, le avrebbe fatto bene. Mio padre si lasciò convincere e spedì mia sorella nel Regno Unito.</p>
<p>Non vedevo Marina da mesi, mia madre mi aveva implorato di salire a Roma, ma io temevo di incrociare lo sguardo di mia sorella; mi sentivo in qualche modo colpevole di ciò che le era accaduto. Ma quando finalmente i suoi occhi si specchiarono nei miei, capii che mi aveva perdonato. Prima di presentarmi il suo boyfriend però mi prese in disparte e mi intimò di  non lasciarmi sfuggire nulla “della mafia e del passato”, e di tenere a freno la mia linguaccia da cronista di nera: Alfred sapeva già dell’esistenza della mafia lucana, l’aveva letto sull’Economist; non era necessario che gliela raccontassi io. “Assurdo!” commentai” i lucani non ne parlano e gli inglesi addirittura ne scrivono!”, ma Marina lasciò cadere le mie parole nel vuoto: si infilò l’mp3 nelle orecchie e sparì dietro la porta della sua camera.</p>
<p>Di tanto in tanto d’estate narro ancora ai monti la storia di mia sorella. Confidare segreti alla natura mi fa sentire meno sola.</p>
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		<title>Prova rivista archivio</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Nov 2009 10:12:49 +0000</pubDate>
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		<title>Editoria: la tentazione paneconomica</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Nov 2009 12:48:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>autore prova</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L’assunto di base degli Stati Generali dell’Editoria 2008 è che il lavoro editoriale può ancora trovare una legittimazione sociale solo se dimostra di poter incidere (positivamente) sullo sviluppo economico. Che l’editoria merita l’attenzione pubblica (politica) nella misura in cui è in grado di contribuire al sostegno del Pil.
Piú cultura, piú lettura, piú Paese: era lo slogan del convegno.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Editoria: la tentazione paneconomica.</em></p>
<p>L’assunto di base degli Stati Generali dell’Editoria 2008 è che il lavoro editoriale può ancora trovare una legittimazione sociale solo se dimostra di poter incidere (positivamente) sullo sviluppo economico. Che l’editoria merita l’attenzione pubblica (politica) nella misura in cui è in grado di contribuire al sostegno del Pil.<br />
Piú cultura, piú lettura, piú Paese: era lo slogan del convegno. Paese è una parola che crea un collegamento ipertestuale. Cliccandoci sopra si scopre che è l’elemento chiave di alcune formule magiche, incantesimi, stregonerie. L’interesse del Paese. Il bene del Paese. Ipnotizzati dal mantra del Paese gli italiani hanno finito con l’accettare di tutto: convergenze di potere, pasticciacci economico-finanziari, dialogo con la criminalità, bicamerali, tricamerali, federalismi asimmetrici, repressioni, imbarbarimenti culturali, occupazioni militari, leggi speciali, morti sul lavoro. Quando qualcuno dice Paese, bisogna prepararsi al peggio. Non innocentemente si dice: Paese.<br />
Anche stavolta, la parola annuncia la stregoneria: l’editoria deve (vuole) entrare nel circolo di chi sostiene l’interesse del Paese. Quell’interesse, di quel Paese. L’editoria vuole (deve) diventare corresponsabile di quegli stessi pasticciacci, imbarbarimenti, occupazioni, repressioni. Per contribuire allo sviluppo economico. Per fare (poiein, poesia) Pil. Prodotto interno lordo.<br />
Di prodotti interni, e spesso non dei piú puliti, i libri si sono sempre occupati. Solo un moralista insisterebbe sul fatto che questo qui, di prodotto interno, è quant’altri mai lordo. Non tanto (o non solo) perché i soldi portano inequivocabili tracce di zolfo. Ma proprio nel senso tecnico: è lordo questo prodotto interno, non netto, è un valore fittizio, astratto, che misura, per dirla con le parole un po’ retoriche di Bob Kennedy, “tutto eccetto quello per cui vale la pena vivere”.<br />
L’ideologia paneconomica, la sola sopravvissuta alla conclamata morte delle sue sorelle novecentesche, ha soprattutto un travolgente potere marginalizzante. Marginalizza tutto quanto non aderisce ai suoi principi, che sono principi immediatamente pratici, e aderirvi significa immediatamente essere dentro il funzionamento degli ingranaggi.<br />
L’economia ha marginalizzato la politica, che riacquista centralità solo quando è in grado di imporre provvedimenti che assecondino l’incedere maestoso della fiumana del progresso (economico). Se costruisce argini, la politica è spazzata via. Se apre nella terra canali per distribuire le acque, si grida al sabotaggio. La buona politica non è piú (se mai lo è stata) quella che aggrega e fa consapevoli: è quella che frammenta e frastorna. E fa degli uomini isole, sulle quali la corrente può passare senza intralci.<br />
Cosí sia detto della lettura. Che diventa un disvalore quando e in quanto si sottrae alla misurazione, criterio principe di questa economia che non è piú semplicemente quantitativa, e non oppone piú il numero alla qualità: cerca di misurare la quantità della qualità, prima di accettare di definirla tale.<br />
Come prodotto, il libro ha una commerciabilità anomala, lenta, difficile. E allora, per uscire dalla marginalità, dall’ostracizzazione, deve dimostrare che la sua produttività è altra, secondaria, indiretta, ma non meno importante. Gli editori si sforzano di certificare che il loro lavoro produce i produttori (e i consumatori) di domani. Che il ritorno economico collettivo del fare libri è tanto piú grande quanto piú si manifesta a lungo termine. Un’attività obliquamente produttiva: ma pur sempre un’attività produttiva. Che rivendica la propria incidenza sul Pil. Che chiede spazio sulle pagine economiche dei quotidiani. È la tentazione paneconomica: che risponde, riflesso condizionato, all’affermazione ubiqua della centralità del profitto.<br />
Bisogna intendersi: qui non si sta vagheggiando una cultura eburnea, incontaminata, assoluta, sciolta cioè da vincoli e relazioni, al sicuro dagli schizzi di fango della realtà. Proprio a questo servono gli editori: a far sí che la cultura si inzaccheri al punto giusto. Né troppo poco da restare immacolata (inedita, inutile), né troppo, fino a diventare fango essa stessa (opaca, colpevole). L’editore aiuta la cultura a compromettersi, in tutti i sensi: alla ricerca di un equilibrio difficile, delicato, fragile. Anche sbilanciarsi è tra i compiti dell’editore, e perdere l’equilibrio, e cadere.<br />
Questo è un fatto, e si potrebbero riempire centinaia di cartelle riportando le citazioni di tutti i grandi editori (i grandi, i novecenteschi, quelli che hanno insegnato a inzaccherare la cultura come si deve) che hanno affermato che l’editoria è innanzitutto un’impresa, un’attività commerciale.<br />
Ma la tentazione paneconomica dell’editoria del 2008 è altra cosa. Si riassume nella callida iunctura coniata, per definire gli obiettivi della lettura, da uno degli oratori degli Stati Generali: “reddito e civiltà”, gerarchicamente in ques’ordine. La tentazione paneconomica è la diretta conseguenza del mostro linguistico postfordista: il capitale umano (“la lettura aumenta la qualità del capitale umano e della produttività”, è stato detto). E intanto il capitale, che non è umano ma è divino, è Proteo, si trasforma, si fa alternativamente corpo, istituzione, informazione, segno: fugge, corre, scompare, ricompare servendosi sempre piú o meno delle stesse tasche. Disorienta i suoi adulatori non meno dei suoi critici. Costringe i suoi sacerdoti a funamboliche conversioni. Manda in affanno i suoi inseguitori, perennemente in ritardo: e chissà che i rituali correnti, quelli cui gli editori auspicano di essere ammessi, non si rivelino presto inadeguati alle imminenti reincarnazioni.<br />
I condizionamenti esterni si ripercuotono anche all’interno delle case editrici, nell’organizzazione del lavoro, nelle strategie, negli obiettivi, nell’articolazione delle aziende. La necessità di valutazione puramente economica dei risultati si traduce nella preponderanza del settore commerciale. La logica dei venditori, comunemente accettata fuori, finisce coll’imporsi dentro le redazioni. I promotori dettano tempi, temi, metodi. Portano l’ideologia paneconomica dentro le case editrici come il viandante che ha camminato nella bufera porta in casa la pioggia. La mediazione culturale è del tutto subordinata alla mediazione commerciale: è l’inzaccheramento finale, elevato a sistema, a metodo, a dogma (e forse non si tratta piú di fango).</p>
<p>Dicono: scommettere sui giovani. Dicono anche, ossessivamente, continuamente: investire. Il lessico non è neutro. Le parole non possono essere pronunciate impunemente. Il gergo è, ancora una volta, economico: scommettere allude all’azzardo, a un’economia semiclandestina, oppure, che è lo stesso, alle atmosfere piú rarefatte della finanza, dove la speculazione torna scommessa, gioco.<br />
Investire è piú solido, piú fiducioso; promette meno brividi; e minaccia un ricatto concreto, stringente: i soldi di un investimento devono tornare, moltiplicati, pena il taglio delle risorse, la chiusura, la bancarotta, il licenziamento.<br />
Non dicono: educazione. Non dicono: pedagogia. Anzi: alla pedagogia applicano il marketing, e dicono: “la scuola è il primo luogo di fidelizzazione dei lettori”. Si può addirittura essere d’accordo sul concetto di fondo: ma l’espressione? le parole? Sempre lo stesso riflesso condizionato costringe una onesta professionista a parlare della scuola come del posto in cui il bambino firma la sua prima carta-fedeltà. Dietro questa scelta lessicale si nasconde la convinzione che solo con un’espressione del genere si potrà destare l’attenzione dei sonnacchiosi commerciali in sala, solo cosí si  potrà sperare di stornare investimenti, anche solo di farsi comprendere. La fidelizzazione è una metafora: e la scelta della metafora è un sintomo.<br />
Non dicono nemmeno fare gli italiani, che sarebbe citazione scontata ma densa di storia (implicherebbe il Risorgimento, e implicherebbe tutti gli intellettuali che su quel nodo sono tornati sempre, Gramsci e Gobetti, la Resistenza, la Costituzione; implicherebbe perfino Leopardi e Manzoni). Dicono, piuttosto: formare la classe dirigente, che è un fare gli italiani dopo la colonizzazione paneconomica.<br />
Dicono: scommettere sui giovani, e invitano la meglio ministro della Gioventú, per farsi dare questa inedita definizione di best-seller: “il libro migliore di ciascun autore”. Ma quale inconscio, professor Freud: è il pancommercialismo che genera il lapsus, è l’ideologia bevuta insieme al latte materno. Piú venduto (in senso intensivo non estensivo, non long-seller, ma best) uguale migliore.</p>
<p>Dicono anche: razionalizzare le spese. È un’altra delle formule pass-partout dell’ideologia: spendere sí, e ci mancherebbe, ma con razionalità. La meglio ministro della Gioventú allarma: “Ci sono piú bidelle che carabinieri”, per giustificare i tagli al sistema scolastico. Che poi, sia detto per chiarezza, non sono nemmeno i tagli il problema: il sistema scolastico (lo dicono chiaramente i numeri raccolti dall’Aie) ha falle strutturali, impostazione marcescente, partecipa piú dell’assistenza sociale che della missione formativa. Ma non importa: i teppisti istituzionali scrivono sui muri con la bomboletta spray: “meno bidelle, piú carabinieri”. Ci penseranno i gendarmi ad accompagnare Pinocchio a scuola, e a controllare che studi, e a vigilare che non baratti l’abbeccedario col teatro dei burattini. Del resto lo ha detto anche il Brillante Oratore: “è questo il nostro nemico”, brandendo un videogioco di ultima generazione. Il nemico del Maestro è ancora Mangiafuoco: ma di andare dietro il tendone a vedere cosa fanno i burattini, e perché, e come, non è venuo in mente a nessuno, e meno che mai al Brillante Oratore.</p>
<p><em>È questo il nostro nemico.</em></p>
<p>Ma è davvero la tecnologia il nemico del libro, come sembra sostenere tra un frizzo e un lazzo il Brillante Oratore? I sociologi dello Iard (l’Istituto al quale l’Aie ha commissionato le ricerche) dicono di no, non c’è conflitto tra impiego delle nuove tecnologie (e soprattutto dei cosiddetti social, o addirittura personal, media) e assiduità alla lettura. Anzi: se si esclude la categoria degli “smanettoni”, i giovani piú informatizzati sono anche quelli piú informati, piú interessati, piú impegnati nella socialità e che piú facilmente si imbattono in un libro. Del resto il dato è confermato dal confronto con l’Europa: nei paesi europei, dove l’accesso alla rete è sensibilmente piú diffuso, è piú alto anche il tasso di lettori non occasionali tra i giovani.<br />
Agli Stati Generali, l’atteggiamento nei confronti delle tecnologie, e in particolar modo della rete, è ancora quello di un diffidente senso di superiorità, difesa schifiltosa di una malintesa identità.<br />
Minimizzano: le vendite via internet non superano il 3%. Si barricano nell’arretratezza nazionale: l’editoria italiana è difesa dal gap tecnologico nei confronti dell’Europa. Si adagiano sui fallimenti della sperimentazione: l’e-book di Bezos per ora è stato un fiasco. Si scagliano contro il “modernismo tecnologico”, quel “sedimento di opinione pubblica da combattere” a causa del quale il popolino sembra convinto che tutto possa essere sostituito dalla tecnologia.<br />
La miopia in materia di innovazione si trasforma in una fiducia livida, astiosa, nella capacità dei supporti tradizionali, e principalmente del libro, di permanere, di sopravvivere. Il libro non scomparirà: agli editori sembra sufficiente questa marmorea (stolida) certezza. Il problema di come il libro agirà, reagirà e interagirà in un contesto comunicativo attraversato da trasformazioni strutturali incessanti non sembra tormentarli piú di tanto.<br />
In materia di e-learning anche chi si occupa di editoria scolastica si arrocca su posizioni difensive, da dopo di noi il diluvio. Ma il diluvio c’è già stato, e sull’Arca nessuno se n’è accorto. La rete è già una fonte di apprendimento, la forma mentale dei nativi digitali è già cambiata, e nessun figlio della i-pod generation è in grado di comprendere antidiluviani discorsi sul piacere tattile della lettura, e meno che mai sul maggior rigore dei sistemi tradizionali di apprendimento.<br />
Per un adolescente il compact disc è un curioso reperto archeologico, mentre agli Stati Generali dell’Editoria ci si sforza di mandare avanti veloce i vecchi, consunti registratori analogici della realtà.</p>
<p><em>Il Paese degli immobili.</em></p>
<p>L’Aie fornisce dati, numeri, statistiche puntuali e aggiornate. I risultati però non sono nuovi: in Italia si legge poco, male, molto meno rispetto agli altri Paesi europei, non ci sono politiche di sostegno e incentivazione alla lettura, il sistema scolastico è alla deriva, le famiglie spendono pochissimo per l’acquisto di libri extrascolastici, collocando l’Italia in fondo a tutte le classifiche in compagnia di Portogallo e Grecia, che meditano il sorpasso.<br />
La statistica forse piú interessante, tra le molte, è quella relativa alla mobilità sociale: l’Italia è un paese bloccato, nel qule i figli ricalcano il titolo di studio dei padri, e fino a poco tempo fa anche il mestiere (mentre ultimamente il posto di lavoro scompare da tanti lasciti testamentari). Un paese nel quale il cognome conta piú di qualunque competenza, esperienza, abilità; nel quale la formazione migliore la si consegue nei salotti; nel quale il piú sicuro vettore di ascesa sociale è l’affiliazione a fraterie, conventicole, loggiati (che nemmeno raggiungono la dignità di vere e proprie lobbies).<br />
Il libro, la lettura, la cultura, i dati lo dimostrano, altrove funzionano da ascensori sociali. Conquistare un patrimonio culturale vuol dire cambiare la propria condizione sociale. In Italia non è cosí. L’imprinting culturale del vivituro si decide in casa, e non subisce modificazioni decisive negli ambienti che sarebbero deputati all’educazione: generalmente, quindi, si eredita la cultura dei genitori, conseguentmente la condizione sociale. Del resto chi anche riuscisse a emanciparsi rispetto a una difficile condizione culturale di partenza, raramente riesce a scavarsi un varco dentro un sistema monolitico, castale, compatto e impermeabile.<br />
Dicono: meritocrazia. E spiegano: “sistema di valori che promuove l’eccellenza indipendentemente dalla provenienza (scilicet: famiglia) di un individuo”. Dicono Harvard, Princeton, Yale. Dicono concorrenza.<br />
Certo, acquisire il merito come criterio principale di valutazione sarebbe il primo passo da fare per uscire dal pantano. Si deve soprattutto superare un equivoco culturale storicamente molto radicato, che ha la sua genesi a sinistra, secondo il quale non premiare il merito sarebbe una tutela dell’uguaglianza e della giustizia sociale. L’Italia, terra ingiusta che non conosce la valorizzazione del merito, dimostra ampiamente che non è cosí. Un sistema meritocratico potrebbe diventare anche un sistema piú giusto.<br />
Ma la trasposizione ideologica, anche di un discorso fondato come quello sul merito, è sempre in agguato. A parlare di merito, e addirittura di giustizia, gli editori sentono incombere il rischio, che da sempre li perseguita, dell’antieconomicità, quindi della marginalizzazione. E allora traducono: “Solo aprendosi alla meritocrazia l’editoria scoprirà nuove opportunità di business”.</p>
<p><em>Piú Stato e piú Mercato.</em></p>
<p>Il Rappresentante del GGE (Grande Gruppo Editoriale) non fa reticenze. Dice le cose come stanno, senza il timore di urtare sensibilità. Nessun governo italiano ha mai speso soldi per la promozione della lettura. Nessuno ha mai perseguito seriamente l’unico obiettivo davvero decisivo: allargare il numero dei lettori. Di piú: la conformazione dell’esiguo, settario mercato librario italiano rende la lettura un fatto di classe. Ha detto proprio cosí, come si diceva una volta: di classe.<br />
Il punto di vista editoriale, sotto la pressione anche delle nuove tecnologie e del flusso continuo e indiscriminato di segni, è diventato irrilevante, ed è stato condannato a comprimersi. L’associazione di categoria, l’Aie, non conta niente. Occorre che si imponga di nuovo la percezione della necessità del ruolo editoriale come momento indispensabile della mediazione culturale.<br />
Purtroppo, il Rappresentante del GGE si sottrae alla domanda ingenua, fatta quasi sottovoce: perché la cultura è percepita come un impaccio e non, quantomeno, come un investimento? Perché l’ideologia paneconomica, prima di inglobarla, ha sentito la necessità di espellerla, depotenziarla, marginalizzarla (esiliarla come il poeta dalla Respublica platonica)?<br />
Il Rappresentante, a questo punto, avrebbe potuto parlare di un progetto, di una strategia organica, funzionale al potere, di incentivazione dell’ignoranza. Avrebbe potuto parlare degli interessi concreti di alcuni soggetti che hanno voluto sostituire il libro con altri mezzi di comunicazione, e quindi sostituire i contenuti del libro con altri contenuti. Avrebbe potuto, il Rappresentante, ma non lo ha fatto. Ha preferito ricordare che anche gli editori hanno la propria parte di responsabilità. Che si sono scavati la fossa e ci si sono sdraiati dentro senza nemmeno qualcuno che gli incrociasse le braccia sul petto. Vero: ma chi racconterà il resto della storia? Chi parlerà della morte politica dell’editoria?<br />
Il Rappresentante invoca il sostegno statale. Vuole piú Mercato, ma anche piú Stato. Vuole, italianamente, che sia lo Stato a creare il Mercato.<br />
Questa del sostegno statale è una questione centrale. Lo ha ribadito anche Motta, il presidente dell’Aie, nella sua arringa finale alla presenza del Ministro della Poesia Sandro Bondi. Forse involontariamente, Motta ha pronunciato parole inquietanti. Volendo interpretarlo in malafede, il presidente si è rivolto al Ministro dicendo: stateci vicino, e vi saremo vicini. Aiutateci e vi aiuteremo.<br />
Se è questa l’idea corrente di sostegno pubblico all’editoria, sarà meglio farne presto a meno. Soprattutto sul versante dell’informazione quotidiana, il taglio ai finanziamenti viene visto come un attentato alla libertà. Lo è, in parte. Ma non è libera un’editoria tenuta in vita artificialemente dalle risorse pubbliche. Soprattutto se in cambio di quelle risorse accetta una ambigua contiguità col potere. Non sono mancate case editrici durante nessuna delle piú illiberali dittature novecentesche: le case editrici non chiudevano, si adeguavano, e adeguandosi prosperavano proprio grazie al sostegno pubblico (anche un GGE tuttora imperante in Italia ha costruito cosí la propria fortuna). Mancavano semmai case editrici libere, coraggiose, veramente indipendenti. A maggior ragione oggi, in tempi in cui il potere non zittisce, ma incentiva il chiasso; non censura, ma satura la comunicazione; non uniforma, ma punta sull’entropia, il vero problema (antieconomico, s’intende) non è quello di garantirsi l’accanimento terapeutico: è quello di saltare giú dal lettino, oppure di scegliere l’eutanasia. La vera battaglia si combatte sui contenuti, sulla capacità di educare in modo diverso, sul proposito ecologico di ridurre l’inquinamento culturale. Sul concepimento di nuovi strumenti per la produzione e la diffusione della cultura. I soldi pubblici sono necessari, se finalizzati a interventi stutturali complessivi. Sono veleno se destinati a politiche corporativistiche.</p>
<p><em>Visitors.</em></p>
<p>C’erano anche due alieni agli Stati Generali. Uno, la signora Honor Wilson-Fletcher, è un suddito di Sua Maestà Elisabetta II. L’altro, Rogelio Blanco Martinez, è suddito di rey Juan Carlos ma sembra molto piú affezionato a José Luis Rodríguez Zapatero, il cui nome ogni volta pronuncia per esteso.<br />
Entrambi gli alieni magnificano i progetti intergalattici coi quali i loro regni planetari (la Spagna e l’Inghilterra) hanno concretamente incentivato l’educazione alla lettura. La ricetta è meno interstellare di quanto si possa credere: pragmatismo, competenze, capacità d’analisi e mani sempre pronte a correre al portafogli per estrarne pesetas e sterline.<br />
Il modello inglese soprattutto è ispirato al piú efficente pragmatismo: analizzare la percezione della lettura, comprendere perché la lettura viene percepita dai giovani come un disvalore (il lettore è solo, triste, malinconico, saturnino – in una parola: sfigato), agire con campagne di persuasione per cambiare di segno a quel disvalore, e quindi spendere un sacco di dané per creare strutture permanenti di avviamento alla lettura (su tutte il potenziamento della biblioteca pubblica), con tanto di coordinamenti territoriali per il monitoraggio costante dei risultati.<br />
A campeggiare su tutta l’operazione, la frase pronunciata dal premier britannico Gordon Brown: “la lettura è il modo migliore per uscire dalla povertà”. Formula dickensiana alquanto, e ancora ispirata alla onnipresente ideologia paneconomica, certo. Ma con una differenza, rispetto all’Italia, di non poco conto: che il dickensianesimo applicato degli inglesi dà risultati incontrovertibili, e che, seppure per un arricchimento che guarda alla City, nel Regno Unito si legge.<br />
Altra letteratura che non quella dickensiana ispira l’azione degli spagnoli, e diverse spinte politiche, ideali, sociali. Per cominciare, in Spagna si sono chiesti cos’è la lettura. Non un filosofo o un intellettuale: una commissione governativa. E si sono dati questa tutt’altro che burocratica risposta: “leggere è la capacità di interpretare segni e trasformarli in conoscenza”. Non solo: la formula andava potenziata ulteriormente, essenzializzata e politicizzata. Hanno deciso, allora, gli spagnoli, che la lettura è qualcosa che ha a che fare direttamente con la democrazia. Che la lettura è una condizione necessaria alla distribuzione del potere. “Quien mas sabe, mas puede”, dice enfatico questo nipote dell’Hidalgo della Mancha, che ha sbirciato Foucault. E noi, sbirciatori di sbirciatore, tradurremo infedelmente: “il sapere è uno dei dispositivi del potere”.<br />
Con queste premesse, organico a un governo che ha fatto dell’educazione un progetto politico, Martinez può anche permettersi di fare qualche concessione alla pluricitata ideologia: la cultura non è una spesa, è un investimento, dice; e anche: cultura e sviluppo economico sono correlati. Forse per ottenere un gesto d’assenso dai tanti commerciali presenti in sala.<br />
Di conseguenza: sostegno pubblico agli editori, politiche di contenimento dei prezzi, capillarità della rete dei punti vendita (ne esistono quarantamila in Spagna), politiche vigorose di acquisti bibliotecari, campagne di sensibilizzazione coordinate tra gruppi editoriali e media, pubblicità sugli autobus, alberghi che regalano libri, Victoria Beckam pubblicamente svergognata per aver dichiarato con orgoglio di non aver mai letto un libro (lo scrivente qui si rifiuta di prodigarsi nel facile parallelo con la nostrana velinocrazia; che il lettore provveda autonomamente).<br />
Si agita il commerciale sulla sedia, si sbraccia per chiedere il conto. Ecco a lei, signore: quaranta milioni di euro all’anno di finanziamenti pubblici per le politiche culturali.<br />
Poi lo zapaterista conclude. Tempo fa un condottiero si lanciò alla conquista del pianeta Italia con una parola d’ordine una e trina: erano le tre “i”. Anche sulla lontana galassia spagnola hanno tre lettere di riferimento. Sono tre “l”. Stanno per “lettura, libro e libertà”. La razza umana, lassú, dopo il 1975, si è improvvisamente evoluta (ma chissà che da quaggiú non sembri un’involuzione). L’homo sapiens, che era stato capace di diventare franchista e di rimanerlo anche dopo il ’45, doveva estinguersi: è diventato homo quaerens. E l’uomo che interroga e s’interroga non può che essere, necessariamente, homo lector.</p>
<p><em>Postilla: la Roma di Alarico, o dei Politici.</em></p>
<p>La meglio Ministro della Gioventú e la sua definizione di best-seller. Le dolci, liriche effusioni del Ministro della Poesia. Il Ministro della Retroistruzione che propone di pubblicare libri in lingua internazionale, e manuali per superare i tanti test che i giovani si troveranno ad affrontare nella società delle domande a risposta mutlipla. Il senatore (non senex) che lamenta i soldi spesi per i cellulari, e sottratti ai libri: o tempora!; che si scaglia contro la pirateria universitaria; che paventa un ritorno alla Roma incivile del 410 d.C., quella che Alarico trovò piena di cani randagi, di mendicanti, di straccioni che si trascinavano nell’indifferenza del potere. (Poi, finito il discorso, abbandonato il convegno, il senatore torna di corsa verso le stanze dell’imperatore per applaudire il suo ultimo editto. Sulla strada deve scansare straccioni e mendicanti, venditori ambulanti, questuanti. Un cane randagio lo segue con lo sguardo fin quando non ha chiuso dietro di sé le porte del Palazzo).<br />
I Politici arrivano correndo preceduti dalle telecamere, inseguiti dai fotografi, circondati dalle guardie del corpo. Non hanno seguito gli interventi precedenti, non hanno avuto modo di raccogliere le molte istanze a loro esplicitamente dirette.<br />
Hanno poco tempo per parlare, nessuno per ascoltare. Citano dati già comunicati, ripetono cose già dette, auspicano cose già fatte. Raccolto un magro applauso se ne vanno sgommando.<br />
L’utilità della loro presenza agli Stati Generali è poco piú che mediatica. Attirano agenzie di stampa, ma non contenuti, non riflessioni. Scivolano sulla superficie dei problemi, rispondono agli appelli con i sorrisi, stringono mani e baciano guance. Non sono né competenti né umili. Non agiscono e non delegano ai tecnici il momento operativo. La consistenza di questi ectoplasmi mediatici, bidimensionale e quindi adatta solo allo schermo, dal vivo si sfalda: perdono solidità, credibilità, i loro corpi non rimangono compatti a contatto con l’aria. Un pugno li attraverserebbe senza danneggiarli. La distanza tra loro e le questioni concrete è da anciène regime: guardano distrattamente l’ennesimo cahier de doléances, e ordinano di distribuire brioche a chi non ha pane.<br />
Il Sottosegretario, poi, non interviene: urgentemente si è dovuto precipitare a Napoli al seguito della lettiga imperiale. In sala qualcuno sentenzia: “l’immondizia è meglio dei libri”.</p>
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		<title>La nera fedeltà dell’ombra</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Nov 2009 12:44:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>autore prova</dc:creator>
				<category><![CDATA[Almanacco]]></category>

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		<description><![CDATA[Fiume fermo di cieli,
lento di aironi, nel tempo
di un’acqua che non muta
per tornare a quel vento
in un presagio di pioggia.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Sulle rive dell’Imera</em></p>
<p>Fiume fermo di cieli,<br />
lento di aironi, nel tempo<br />
di un’acqua che non muta<br />
per tornare a quel vento<br />
in un presagio di pioggia.</p>
<p>Dunque è un istante<br />
questo precario esistere<br />
ucciso dall’arsura,<br />
questa voce che parla<br />
senza essere parola.</p>
<p><em>Il sonno migliore</em></p>
<p>L’autunno affretta le sue luci,<br />
spegne i colori,<br />
intiepidisce i vecchi muri<br />
fino a ieri luminosi.</p>
<p>Tempo che perde e che perpetua<br />
un’ansia smorzata appena<br />
smarrendo luoghi a torto<br />
creduti familiari.</p>
<p>Tra tegola e tegola di tetto<br />
un sonno perfetto di colombi,<br />
un discorso lungo di stagioni<br />
e d’altro.</p>
<p><em>Sole di ottobre</em></p>
<p>L’autunno tarda ad arrivare.<br />
Il sole invade, tra luce di oscurità,<br />
la stanza, esita qualche istante<br />
sulle tende, poi si ferma.<br />
Anche oggi sono dietro questi vetri.<br />
Attendo, spero. Un cielo ventoso<br />
si sposta sui tetti di sempre.<br />
Il tempo non cambia facilmente la sua voce.</p>
<p><em>Costa Macauda</em></p>
<p>Di quel divenire luce<br />
tutt’uno nella stanza,<br />
colmo di pienezza<br />
o, forse, solamente di se stesso.</p>
<p>Dalla finestra, infine,<br />
la balenante città,<br />
e sui tetti oziosi colombi<br />
ai tiepidi raggi<br />
di un sole novembrino.</p>
<p>Il mare lasciato indietro, il mare antico<br />
di fiocine e murene,<br />
quello sbavato appena dalle spume<br />
che sorreggono il mercato,<br />
Nostro per chi non è partito.</p>
<p><em>L’una e l’altra</em></p>
<p>Nei tratti percorsi a passo d’uomo<br />
s’incrociavano i merci e le cicale<br />
e poi nuove fermate<br />
coi cantonieri seduti all’ombra<br />
poco prima di entrare in galleria&#8230;</p>
<p>Cos’era partire ogni volta<br />
se dalle alture cosparse di giallo<br />
lasciavi il principio di quell’esistenza:<br />
quanti luoghi rimasti senza nome<br />
e quanti odori ignoti di radici,<br />
forse neppure tu te li ricordi.</p>
<p>Dalla Sicilia fin dentro l’Europa,<br />
e dalla fiandra invernale che odora<br />
agli scogli scivolosi di Licata,<br />
tu eri la figlia di emigranti<br />
partiti senza un soldo per il Belgio<br />
e che tornavano ogni estate per un mese.</p>
<p>&#8230; calavano valige nel tuo sonno<br />
le finestre in disordine sui muri<br />
e un brillore di cupole nel sole:<br />
fu così che tornasti al poeta,<br />
in quella stanza di fossili e libri.</p>
<p><em>Luna ruffiana</em></p>
<p>Nessuna delle luci si era accesa<br />
mentre sbiadiva quell’ultimo sole<br />
tra l’asfalto ancora caldo e il muro,<br />
e ti sapevo già mito e certezza<br />
dell’afa che asciuga la gola<br />
e costringe i rondoni a migrare.</p>
<p>Nell’ombra di fronte alla finestra<br />
abbondava il tuo seno e nient’altro,<br />
se niente era quel seme che finiva<br />
di agitare la tua mano.</p>
<p>In quell’ora speciale di buio<br />
risalisti a baciarmi la bocca,<br />
parlandomi sul collo di qualcosa<br />
che alla fine ti avrebbe fatto male.</p>
<p>E ripartivi ogni volta per sempre<br />
nell’aria che imbruniva senza luce.</p>
<p><em>Ho visto Junko studiare</em></p>
<p>Anche questa estate morirà tra poco,<br />
ed io con loro,<br />
passi variati sopra l’arenile,<br />
fornice imbevuto d’acqua<br />
che non posso più raggiungere a ritroso.</p>
<p>Infranto il muro d’ansia e di paura,<br />
all’alba scenderemo nelle vigne,<br />
sui pergolati uguali a quelli di una volta,<br />
sognando un brano di poesia futura.</p>
<p><em>Il cordace</em></p>
<p>(Akragante)</p>
<p>Dalle tombe profonde hai sentito<br />
l’eccidio di Dogali e gli attori<br />
che in maschera calcarono la scena.<br />
Sul muro questa targa<br />
commemora anche Goethe,<br />
lo stile dorico e i massoni<br />
a un passo dall’impresa.</p>
<p>Da sopra osserviamo questa valle<br />
di tufo friabile e di templi<br />
alti e velati lungo lo stradone,<br />
e dalla porta che s’apre sul giardino<br />
ci latra contro un vecchio cane cieco.</p>
<p>Ti sei svegliata presto<br />
e stanotte le tue ali hanno avuto<br />
freddo, stremate ancora per il volo<br />
dirottato su Palermo.<br />
Devi smaltire il fuso delle Parche<br />
che hanno già deciso e non lo sai.</p>
<p>I gesti di mio padre rallentano agli incroci,<br />
raggiungono la Piazza delle Poste<br />
che nel marmo ricorda altri caduti.</p>
<p><em>La strada verso casa</em></p>
<p>Dalle querce ai pini della piazza<br />
è stata, se ricordi,<br />
una vicenda decifrabile di giorni<br />
sorti senza neppure cominciare.</p>
<p>Una perennità<br />
in qualche modo avuta dentro<br />
di padre in figlio<br />
fino ad essere uno solo.</p>
<p>Un poco ti avvicini e guardi<br />
l’argine che sporge sopra la corrente,<br />
il flusso del Tevere che scorre:<br />
il compito che scelsi mi fu imposto,<br />
ero troppo morto per immaginarmi vivo.</p>
<p><em>L’arrivo</em></p>
<p>Il vento del quarto mese infuria,<br />
ma dentro il paesaggio resta fermo,<br />
in questa luce mattutina piove.</p>
<p>(Primi giorni di grossa mareggiata<br />
azzurri sopra e sotto l’orizzonte,<br />
primi giorni investiti dagli odori<br />
di bagno e di cucina).</p>
<p>Dal vertice degli alberi si alzano i vapori<br />
e la tua voce anticipa la sera<br />
che riemerge da me come qualcosa.</p>
<p><em>La terza sponda del tuo fiume</em></p>
<p>Questo vento che increspa la tua riva<br />
risolve in vita la nevrosi<br />
e il suono trattenuto dalle sfere<br />
scende sulle risaie che attraversi.</p>
<p>I riflussi dagli argini propagano<br />
uno sprazzo di luce vera,<br />
lo squarcio nella sera che si chiude<br />
ai margini del bosco inabitato.</p>
<p>Qui riprende e si snoda il tuo discorso,<br />
quello che dici assume un senso:<br />
l’intera vastità di questa terra<br />
matura da lontano un altro giorno.</p>
<p><em>Nara, prima sera</em></p>
<p>Qualcosa di sommerso scorre<br />
mentre i treni costeggiano la riva<br />
e i voli non si staccano da terra:<br />
lungo la sponda del tuo fiume<br />
il sole del tramonto non si muove,<br />
il volto dei secoli è un minuto.</p>
<p>Dai templi di questa sera scendi<br />
e navighi una luna sotto l’acqua<br />
che trascolora di continuo il grattacielo.</p>
<p>Sui sigilli la lacca non s’imprime<br />
se vivendo tu mi resti accanto<br />
e torni da dove sei venuta,<br />
disciolta dalla luce dei fanali.</p>
<p><em>Oremus</em></p>
<p>Il vapore della pentola che bolle<br />
appanna questo vetro di cucina<br />
e queste lampade accese anche di giorno<br />
sul tagliere con cui triti le cipolle.<br />
Dall’alba questa radio parla<br />
dei soldati posti a guardia dell’altare<br />
tra i fumi dell’incenso e della patria.</p>
<p>Lontano da noi, ma poco fuori,<br />
le gardenie vendute nella serra<br />
un’altra volta osservano sfilare<br />
i militi nostrani e quelli a strisce,<br />
e occultata dai muri e dalle case<br />
la brigata comunale si prepara<br />
a riverire il suo nemico con prudenza.</p>
<p>Romba il cannone e spara a salve<br />
in questa guerra che neppure si combatte,<br />
ma il fiume è sporco e il pergamo di rame<br />
e una tromba commemora i caduti<br />
messi in fila nelle bare<br />
all’ombra delle caste che vincono da sempre.</p>
<p>La banda militare si allontana,<br />
il perché della tua vita non si arresta.<br />
Nel forno il tuo tegame scotta<br />
una leccornia di funghi masticati a crudo,<br />
il verde della pianta che ti guarda<br />
si deforma da sopra il davanzale.</p>
<p><em>Il passo fermo</em></p>
<p>Continua intanto il vento a gocciolare<br />
sul Ponte dell’Industria e sopra il fiume<br />
da cui lenti salgono i vapori<br />
e le strida dei dannati che affollano<br />
la riva.</p>
<p>Da troppo tempo le garitte sono<br />
vuote, disabìtuati alla guerra,<br />
adesso che il mio Tevere sei tu,<br />
porto fluviale.</p>
<p>Si raddensano le larve più di prima<br />
sulle sponde corrose dal bucato<br />
e dal sangue che irrora la mia testa<br />
e molte altre vite a caso.</p>
<p><em>Via Longanesi</em></p>
<p>Non ha smesso di piovere un momento<br />
sul guano e sulle muffe della chiostra<br />
che cercava impossibili spiragli<br />
tra le preghiere ruminate contro il muro.</p>
<p>In quei mesi di vita coniugale<br />
pendevano le luci dal soffitto<br />
della casa sotterrata, e i lumi,<br />
offuscati da secoli all’aperto,<br />
confondevano la botola per luce<br />
sopra i tetti e sui comignoli puntuti<br />
nell’alone dei ceri, oltre il portale.</p>
<p>Le sirene sui cedri e quelle interne<br />
ci lasciarono dormire pochi giorni,<br />
giusto il tempo di fingerci turisti<br />
e marinare i funerali dello Stato.</p>
<p><em>Tregenda familiare</em></p>
<p>I cirnechi legati alla catena<br />
si ammalavano e morivano<br />
senza una ragione<br />
nelle favole lette ogni sera<br />
dalla madre di chemio e di cobalto.</p>
<p>Mi separò per primo dalla vita<br />
l’amico che non c’era e che parlava<br />
di spari e di comete ad ogni mese.</p>
<p>Filari di salici in agguato<br />
e tane di volpi senza uscita<br />
i percorsi avuti in dono dalla sorte<br />
in quel tempo avulso dai legami.</p>
<p>In quel vento lacerato di reami<br />
sarebbe stato più facile morire,<br />
sparire sopra il fuoco<br />
come l’istrice immolato.</p>
<p><em>La scanna</em></p>
<p>Ai Granci il porcospino lo sentivo<br />
intorno al fumo dei racconti<br />
e dentro il fondo viola dei bicchieri<br />
finiti con il vino che mi escluse<br />
sebbene mi sentissi uno di loro.</p>
<p>Anni dopo, infossato<br />
tra i cascami di San Cataldo Scalo,<br />
mi commossi così tanto da sentire<br />
il sapore di quel sangue nella bocca<br />
e il primo pube premuto sul terreno.</p>
<p>Sarebbe stato meglio non vederla mai<br />
la voce enorme che mi proibì di alzarmi<br />
e il labbro leporino farsi muto<br />
di rancore.</p>
<p>Rivedo a mezzaluce<br />
il bambino pensieroso che guardava<br />
l’argilla calda e abbagliata dei nidi<br />
sotto i balconi panciuti del Corso,<br />
il figlio di chi sembrava tutti e fu nessuno.</p>
<p><em>Infanzia di Sicilia</em></p>
<p>Nel tegame finiva di cuocere il coniglio<br />
reticolati sepolti a metà<br />
dentro il terreno,<br />
e dall’autunno ormai maturo inverni<br />
e secchi colmi di liquidi e di scolo.</p>
<p>Il moscerino dell’uva preso a volo<br />
fu alone di sangue intorno al lampadario<br />
e sopra le dispense per un mese.</p>
<p>Il furto degli aranci fu permesso<br />
dal pastore scemo che abitava la contrada,<br />
dal gorgo che credeva fosse l’acqua<br />
per il setter che morì di leishmaniosi.</p>
<p>Per anni sui cimali ho visto il sole<br />
della Sicilia e quelli del suo nulla<br />
espandersi a dispetto degli infissi<br />
e dell’infanzia trascorsa nascosto<br />
a guardare la madre,<br />
a pensare di essere il padre<br />
nell’inventarsi gli amici cacciatori<br />
sulla carta intestata dell’INA.</p>
<p><em>Tre luoghi, tre sere</em></p>
<p>Torni agli alberi e guardi verso il mare<br />
l’ultimo raggio di luce appeso al tronco<br />
e la spiaggia cosparsa di reti al sole,<br />
la rupe ricoperta di pinastri,<br />
i sassi e l’onda sullo scoglio estremo.</p>
<p>La coda della libellula respira<br />
le sembianze lontane dal tuo mare,<br />
gli opercoli distanti<br />
dall’idolo che fissa e ti commuove<br />
i corvi che gracchiano sui pali.</p>
<p>Non disfare le tue città nell’ansia<br />
rappresa sul cordame dei relitti,<br />
ricordati chi c’era a salutarti<br />
da quel sentore da ultimo dei morti,<br />
tra le ceneri buddiste a Yokohama.</p>
<p>(Tokyo l’ho sempre vista di passaggio,<br />
fu a Nara che passai la prima sera<br />
lontano da ogni casa stabilita).</p>
<p><em>Dentro e fuori il santuario</em><br />
(Ise, Città dello Shinto)</p>
<p>Non accendere, se puoi, la plafoniera,<br />
resta al buio del vento che disperde<br />
sempre oscuro le divise sui palazzi<br />
che del sonno non ebbero paura.</p>
<p>Non credo in un ordine diverso,<br />
il solo ordine in cui credo è questo,<br />
fila d’anitre pronte al volo<br />
lungo la corrente di un’isola<br />
coperta di pini e nebbia.</p>
<p>Arcipelaghi aperti al vogatore<br />
da frugali assaggi di riso e verdure,<br />
sequenze di orizzonti portati a riva<br />
dalle guide di lacca nera e d’oro.</p>
<p>In queste notti immense,<br />
tu torni dal voluto esilio e dormi,<br />
parlandomi dei legami tra il mare<br />
e la tua stirpe.</p>
<p><em>Nitticore</em></p>
<p>L’involucro lasciato dagli adulti<br />
sulle risaie traversate in processione<br />
dalle immagini degli alberi e dei tetti,<br />
e l’artemisia infilata sotto quelli delle case,<br />
lucenti di ardesia, in fondo alla pianura,<br />
oltre l’azzurra frescura dei sottopassaggi<br />
che s’insinua nello spazio e lo rimorde<br />
sulle foglie venate di rossigno&#8230;</p>
<p>Salutami, è l’addio.<br />
Comunque resterai la più importante,<br />
la sola che partecipò alle cacce<br />
senza barba e con gli occhiali.<br />
Durante quei sacrifici<br />
ho dato il sangue e l’ho versato,<br />
ora intendo dare sperma di straforo<br />
a quella rivolta sempre verso terra<br />
per questo nostro nido che non vola.</p>
<p>E dopo tornerai com’eri prima<br />
di vivere e morire tra quei boschi<br />
di conifere e il mare profondissimo:<br />
nell’oltrefiume le vestali vegliano<br />
sui morti e foggiano menzogne<br />
scoperte prima di finire.</p>
<p><em>Quasi un’elegia</em></p>
<p>Al telefono, su due piedi,<br />
non sono più partito<br />
(al diavolo la caccia, al diavolo mio padre),<br />
convinto che ti avrei scopata<br />
in pochi giorni,<br />
e invece ho trascorso le notti di un mese<br />
a provare per te l’inesprimibile<br />
sentore del digiuno e della resa.</p>
<p>Ho seppellito così la pentola nel fosso<br />
dei ricordi, cercando, senza riuscirci,<br />
di comprimere anche te<br />
sotto il terreno pesticciato torno<br />
torno al fuoco del capanno<br />
(a Giffarrone questa volta io non c’ero).</p>
<p>Ho passato tutta l’estate allo spioncino,<br />
cercando di scorgere il tuo passo matronale<br />
salire le scale o l’ascensore,<br />
ma tranne qualche cenno di saluto<br />
– «&#8230;ciao&#8230;ci vediamo&#8230;bello di zia&#8230;» –<br />
nessun gesto di te mi è giunto<br />
nella stanza dove ho cancellato<br />
le prove del primo e ultimo tuo bacio.</p>
<p>Ho intravisto la tua panda parcheggiata<br />
dall’androne, accanto ai cassonetti,<br />
di fronte alle vetrine, e sono uscito,<br />
sebbene fosse sera, nella notte,<br />
cercando di provocare una tua comparsa.<br />
Ma sono sceso e sono risalito,<br />
senza mai incontrarti.</p>
<p>E ho ridormito il sonno disturbato<br />
a mani tese dei miei cari,<br />
e soprattutto quello di mio nonno, al mare,<br />
sulla sua branda di nobile in miseria,<br />
sempre cercando te,<br />
fedelissima rovina dei racconti,<br />
aspide, clamide, cucina<br />
che disfiori le credenze e ti fai vanto<br />
d’interrompere gli amori coniugali.</p>
<p><em>Nottetempo</em></p>
<p>La mia vita in Sicilia era finita da un pezzo,<br />
ma l’alba e gli alberi,<br />
colorati di un colore poco intenso,<br />
scoperti dal giorno,<br />
sembravano non essere mutati.<br />
Gialleggiavano alla brezza di un agosto insensato,<br />
insensati quegli anni di sangue sgorgato<br />
dai morti subito e da quelli caduti vivi.</p>
<p>La vetrina falso mogano e cristallo<br />
dei fucili, i vestiti preparati<br />
sulla sedia il giorno prima&#8230;<br />
Adesso sono io che vado e non ti aspetto,<br />
io che faccio finta di dormire<br />
e resto a letto<br />
per consacrarti – ultimo feticcio –<br />
ai platani di Roma.</p>
<p>E tu, dispera e perdimi, se vuoi,<br />
tanto niente è come noi vorremmo,<br />
perché niente ha un senso<br />
e tutto, in questa inutile tragedia,<br />
ha il tanfo avito dell’inganno,<br />
della iattura di nascere dell’uomo.</p>
<p><em>L’uccellatore senza scopo</em></p>
<p>Fievole in amore, ho congelato i cuori,<br />
reimparando a osservare gli animali,<br />
e dei libri consentiti ho letto poco<br />
per gli occhi pesti e l’alito pesante<br />
di chi ha dormito sempre male,<br />
tra incubi e fantasmi ai bordi dell’audito.</p>
<p>È vero, piansi troppo,<br />
ma forse tu non sai che me ne diede<br />
così tante da farmi pisciare addosso,<br />
colpendomi sui testicoli e la faccia,<br />
insultandomi di fronte agli invitati,<br />
minacciandomi di morte con l’ombrello.</p>
<p>Lo vedo, è un paranoico complessato:<br />
proviene da famiglie di sbagliati,<br />
da ninfomani e frigide ubriache,<br />
da latifondisti donnaioli<br />
che non seppero gestire il patrimonio.</p>
<p>È la notte di sempre, dacché non è finita.<br />
Ma oggi almeno posso dirti<br />
che non sono più il figlio di mio padre<br />
e che ho dismesso i geti sul sentiero<br />
perché, comunque vada, morirò migliore<br />
di come sono nato.</p>
<p>Fatico a camminare, a volte volo<br />
sulle ali uccise per salvarmi a Sommatino,<br />
e un ginestreto bruciato si fa largo da lontano,<br />
tra i riti sovvertiti del padre cacciatore<br />
che ti osservano passare un’altra volta illesa<br />
sul melograno fradicio e stillante<br />
di un’isola percossa dalla storia.</p>
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		<title>È meglio un uovo oggi o una gallina domani?</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Nov 2009 12:21:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>autore prova</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nel tabacchi di via Zanardelli non si gioca a Win for Life. La signora del bancolotto mi dice si gioca nelle ricevitorie del Superenalotto. Io le domando se molta gente viene a chiedere di giocare a Win for Life, mi risponde sorniona che no, che la gente ha imparato. Che la gente lo sa. La signora mi guarda e forse pensa che ho trentanni anche se ne dimostro meno, che sono precaria anche se ho una bella giacca per i mezzi tempi, e che forse non mi va di lavorare anche se i fogli che spuntano dalla borsa mostrano una grafia minuta.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nel tabacchi di via Zanardelli non si gioca a Win for Life. La signora del bancolotto mi dice si gioca nelle ricevitorie del Superenalotto. Io le domando se molta gente viene a chiedere di giocare a Win for Life, mi risponde sorniona che no, che la gente ha imparato. Che la gente lo sa. La signora mi guarda e forse pensa che ho trentanni anche se ne dimostro meno, che sono precaria anche se ho una bella giacca per i mezzi tempi, e che forse non mi va di lavorare anche se i fogli che spuntano dalla borsa mostrano una grafia minuta. Forse pensa che studio. Chi lo sa. Io compro una scatola di fiammiferi mentre la signora continua a guardarmi e un po&#8217; si preoccupa perchè se nella sua ricevitoria avessi giocato a Win for Life forse non avrei comprato i fiammiferi per dar fuoco a qualcosa. Io invece esco e coi fiammiferi mi accendo solo una sigaretta perchè mi piace l&#8217;odore dello zolfo. Via Zanardelli sembra sempre assolata, i palazzi sono chiari, da un lato c&#8217;è piazza Navona e dall&#8217;altro il Palazzaccio oltre un ponte sul Tevere. Così prendo la motocicletta, mi incastro sul lungofiume, sempre rabbiosamente trafficato, piego sul Muro Torto e sbuco su Via Nomentana. Su Via Nomentana c&#8217;è tutto, anche una ricevitoria del superenalotto dove si gioca a Win for Life, ce ne saranno tante ma io decido di entrare nella prima che identifico sorpassato l&#8217;incrocio con Corso Trieste. Passa un po&#8217;, giro, e ne trovo una su via XXI aprile. La vedo, entro, scelgo i miei dieci numeri tra i venti sulla scheda e gioco il mio euro. La scheda, nemmeno a dirlo è bianca rossa e verde con un punto esclamativo che insorge a margine del nome del gioco. Due verdi in realtà, verde chiaro e verde scuro. Che i separatisti geografici non si sentano esclusi, che gli sembri un invito, che partecipino loro pure al sogno verde padano del vitalizio. E si sentano migliori di quelli che giocano al grattevinci perchè il 23% di ogni euro giocato va per la ricostruzione dopo il terremoto in Abruzzo. La verità è che mentre segno i numeri e mi cerco in tasca la moneta anche io mi sento migliore, e penso per un attimo che davvero potrei vincere una rendita ventennale ora, qui, in piedi, su Via XXI aprile. E con una rendita e una scatola di fiammiferi in tasca sarei davvero tutta l&#8217;aristocrazia che desidero. Oltre a una Isotta Fraschini color melanzana. Mi sveglio e il gentile signore del bancoenalotto mi dice che c&#8217;è una estrazione ogni ora, io deglutisco. Non solo si sono frantumate le vincite ma pure le estrazioni. Non credo che mi piaccia, non credo che sia una cosa neutra. Non credo che i sogni arrivino senza la placenta di una attesa. Di una stratificazione. Di un Ma che ci faccio con tutti questi soldi? Perchè se la Cenerentola di Disney cantava i sogni son desideri, io no?, noi no? Tuttavia mentre guardo la mia schedina, passata e vidimata dalla macchina, con il numerone assegnato che è il 14 mi dico che dovrei avere un approccio diverso. Che non ho studiato matematica e non ho preso un dottorato in calcolo delle probabilità per farmi dire dal foglietto dai colori nazionali che se gioco dieci numeri su venti + un numero assegnato dalla macchina è più facile vincere. Mi indispettisco mostruosamente e il signore del bancoenalotto mi guarda e mi dice che la prossima estrazione è solo tra quaranta minuti. Mi perdoni quante estrazioni ci sono al giorno? Dodici estrazioni. Ah, e per quanti giorni alla settimana? Sette, sette giorni. Io volto le spalle perchè essere identificati come precari non è una offesa, ma essere identificati come malati di un gioco che non regala un sogno, una pazzia, o una vita nuova, ma solo la quotidianità che dovrebbe essere accessibile non dico a un singolo ma quantomeno a un nucleo familiare di qualsiasi natura allora no, non ci posso stare. Voglio essere malata per la roulette russa, per il poker, per il blackjack, per i dadi, per assopigliatutto, ma no per <em>Win for Life, spensierati e sistemati</em>? Sistemata? Ma mi ha guardato?, io i miei cerini e l&#8217;Isotta Fraschini color melanzana? Io voglio dilapidare un patrimonio. La quotidianità non dovrebbe essere in palio, dovrebbe essere il risultato degli studi fatti, delle capacità dimostrate, delle opportunità nelle quali si è inciampati, non dico una ricompensa. Ma manco una botta di. Guardo la signora alla mia destra, il ragazzino che forse gioca i numeri della nonna, il coetaneo qui accanto e penso. Che cavolo, ma perchè devi sempre farti i seminari in testa. Se la quotodianità è una botta di. Ma allora che hai giocato a fare? Mi rivedo quindicenne con un esercizio di matematica davanti, mio padre che cerca di spiegarmi l&#8217;errore che commetto, io che lo guardo estenuata dalle sue precisioni ed esempi e controesempi e io che gli urlo in faccia che non voglio capire voglio solo che mi venga l&#8217;esercizio. Forse anche adesso, quindi prendo una penna e parto dal mio caso particolare. Da me che gioco un euro. E ho il numerone 14. Per vincere la rendita ventennale con un 10+Numerone ho una possibilità su circa 3 milioni seientomila. Mentre se avessi giocato al superenalotto, avrei potuto fare 6 con una probabilità su circa 620milioni. In effetti sembra abbastanza più semplice. Circa duecento volte più semplice il Win for life. Solo che a guardare bene quei numeri, anche così approssimati, mi rendo conto che una probabilità su 3milioni seicento è come una probabilità su 620milioni. È il destino. E il destino è veramente sempre divertente. Anche quando passano i quaranta minuti e nessuno dei presenti, nuovi e vecchi, ha vinto. Il destino. Se io avessi vinto sarei dovuta andare in Viale Sacco e Vanzetti, 89. Però, anche se non ho vinto ci vado. In metropolitana. Vado in Viale Sacco e Vanzetti dopo essere scesa alla fermata di Santa Maria del Soccorso, nomen omen. Santa Maria del Soccorso non far sorgere il sospetto a nessuno che io sia qui per uccidere un contabile e qualcuno mi processi e mi mandi alla sedia elettrica anche se sono innocente. Santa Maria del Soccorso io giocherò a Win for life e non mi farò nessuna somanda sul perchè lo sto facendo. Così per quindici minuti di buon passo recito le mie preghiere nominaliste, percorrendo strade con nomi musicalissimi, compositori, insomma me la canto e me la suono e smetto solo quando da Viale Mozart passo su Viale di Grotta di Gregna, che non so cosa sia e alla fine arrivo davanti al luogo dove avrei dovuto riscuotere. Dove, semmai riscuoterò. Solo che è pomeriggio. Ed è tutto chiuso. Passate le tredici non elargiscono miracoli economici. Non c&#8217;è la funzione del vespro. E va bene. Mi infilo gli occhiali da sole e penso, come faccio spesso, che le statistiche sono gli oroscopi degli intellettuali e quelle della prima settimana di Win for life recitavano che la fascia in cui gli italiani giocano di più è quella preserale, che la mattina e nella pausa pranzo si gioca poco. Ecco allora io dico, se usciamo dall&#8217;ufficio e andiamo a giocare a win for life non andiamo a tentare la fortuna come si diceva una volta, andiamo proprio a tentare la vita. Che tristezza.</p>
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